RELAZIONE SULLA SITUAZIONE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NEI TERRITORI DI CATANZARO E VIBO VALENTIA

Approvata dalla Commissione nella seduta del 9 febbraio 2022 (Relatori: senatore MORRA, deputata FERRO)



I N D I C E

 

Premessa – brevi cenni sulle più recenti connotazioni della ’ndrangheta ........................................... . Pag. 9

1. Il territorio di Catanzaro ............................... . » 18

2.1 Situazione socio-economica ......................... . » 18

2.2 Situazione dell’ordine pubblico e presenza della criminalità organizzata .................................... . » 21

2.3 Le infiltrazioni nella pubblica amministrazione ....... . » 24

2.4 Le infiltrazioni nell’economia ....................... . » 32

2.5 Le infiltrazioni nell’economia e le proposte dei rappresentanti delle associazioni di categoria e dei sindacati . » 35

3. Il territorio di Vibo Valentia ............................ . » 40

3.1 La situazione socio-economica ...................... . » 41

3.2 Situazione dell’ordine pubblico e presenza della criminalità organizzata .................................... . » 42

3.3 Le infiltrazioni nella pubblica amministrazione ....... . » 46

3.4 Le infiltrazioni nell’economia ....................... . » 48

3.5 Il procedimento « Rinascita Scott » .................. . » 51

4. L’impegno della società civile .......................... . » 53

5. La situazione degli uffici giudiziari al momento delle missioni » 55

5.1 Corte d’appello di Catanzaro – procura generale della Repubblica presso la corte d’appello di Catanzaro ... . » 58

5.2 Tribunale di Catanzaro e procura della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro ........................... . » 59

5.3 Vibo Valentia ...................................... . » 62

6. Conclusioni ........................................... . » 65

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (costituita con legge 7 agosto 2018, n. 99), sin dal suo insediamento, ha affrontato la complessa e peculiare situazione della regione Calabria, caratterizzata da una forte presenza della ’ndrangheta, organizzazione di tipo mafioso che in quella terra ha avuto origine. Invero, gli approfondimenti svolti dalla cosiddetta Commissione an­ timafia nelle ultime legislature e gli esiti dei procedimenti penali e amministrativi instaurati su tutto il territorio nazionale soprattutto negli ultimi anni, hanno rivelato come detta organizzazione non possa essere più considerata un fenomeno presente esclusivamente nelle regioni meridionali, e dunque territorialmente limitato, ma sia ormai penetrata, radicandosi in misura estremamente profonda, nei gangli nevralgici della vita sociale, politica ed economica del nostro Paese, dell’Europa e del mondo. Tale preoccupante realtà ha indotto la Commissione ad approfondire ulteriormente un così diffuso e temibile fenomeno criminale, inviando sue specifiche delegazioni nelle varie province calabresi ove la ’ndrangheta ha le sue radici e dove con più evidenza e da più tempo mostra la sua presenza, al fine di comprenderne l’evoluzione e di cogliere eventuali difficoltà dell’investigazione e della prevenzione oltre che di fornire una risposta a esigenze di carattere ordinamentale e organizzativo. L’intento perseguito non è stato quello di avere una semplice rappre­ sentazione delle problematiche correlate alle manifestazioni del fenomeno ’ndranghetista, raccogliendo dati sui reati e sui provvedimenti emessi, quanto piuttosto quello di indagare sulle strategie dell’organizzazione in questione, di comprendere l’effettivo tasso di condizionamento del tessuto politico, amministrativo e imprenditoriale così da acquisire elementi di valutazione e proposta per garantire una adeguata risposta istituzionale al diffondersi di tale pericolosa forma di criminalità mafiosa.

 

Sono stati, perciò, visitati i distretti di Catanzaro e di Reggio Calabria, con distinte missioni svoltesi nelle città di Catanzaro e di Vibo Valentia, il 28 e 29 settembre 2020 e il 19 e 20 ottobre 2020, nelle città di Cosenza e di Crotone, in data 28 e 29 ottobre 2021 e, infine, in data 6 e 7 dicembre nella città di Reggio Calabria. Con la presente relazione si darà conto esclusivamente di quanto emerso nel corso delle missioni svolte nelle città di Catanzaro e di Vibo Valentia pur tenendosi in considerazione, per la complessiva ricostruzione del fenomeno criminale oggetto di approfondimento, le informazioni ac­ quisite nel corso di tutti i lavori della Commissione. 1. Premessa – brevi cenni sulle più recenti connotazioni della ’ndran­ gheta La ’ndrangheta è un’organizzazione criminale basata su vincoli fa­ miliari poiché le sue prime articolazioni, ossia le ’ndrine, hanno origine in rapporti parentali e di sangue, allargati attraverso matrimoni e legami cosiddetti di « comparaggio », sicché il termine « famiglia » utilizzato per descrivere i nuclei unitari delle varie forme di criminalità di tipo mafioso conserva nella fattispecie in esame anche il suo significato proprio. Le solide fondamenta su cui la ’ndrangheta ha costruito la sua storia hanno rappresentato nel tempo il punto di forza del sodalizio, rendendo la dissociazione e ancor più la delazione o il pentimento, culturalmente assai più difficili che in altre organizzazioni, in quanto incidenti non soltanto sull’attività criminale, ma anche sull’identità personale e psicologica del­ l’associato. Tale dimensione originaria ha inoltre indotto, in principio, una sottovalutazione del fenomeno criminale, facendo ritenere l’operato della ’ndrangheta circoscritto ad ambiti territoriali e settori produttivi ben delimitati, al punto da rendere diffusa l’idea che si trattasse di una mafia primitiva e rurale e che, come tale, fosse di limitata pericolosità.

 

Tutto questo è all’origine della buona sorte di tale organizzazione che si è, invece, avvalsa dei solidi vincoli familiari e di affiliazione e della pervasiva e sempre crescente capacità relazionale degli accoliti, non solo per realizzare una silente espansione anche al di fuori della regione calabrese e dei confini nazionali ma soprattutto per affermare prepotente­ mente la propria egemonia nei più svariati settori economici e imprendi­ toriali. Seguendo i flussi finanziari degli affari illeciti delle cosche, gli investigatori hanno ricostruito una sorta di mappa planetaria della ’ndran­ gheta e dei suoi business ormai globali rivelando come essa sia presente in tutti e cinque i continenti e in tutti i settori economici tanto che, senza confini e con un fatturato da fare invidia ad una multinazionale, può essere oggi, senza alcun dubbio, ritenuta la più pericolosa tra le mafie italiane. Benché la gran parte dei Paesi europei neghi la presenza della ’ndrangheta nel proprio territorio, essa è ormai radicalmente diffusa e integrata non solo in molte regioni del Nord Italia, ma anche all’estero. Sue proiezioni oltre la Calabria, le cosiddette « locali » (1), sono ormai stabilmente insediate in altre regioni italiane (tra esse l’Emilia Romagna, la Liguria, la Lombardia, il Piemonte, il Lazio e la Val D’Aosta) e in molti Stati europei e di oltreoceano (2), ove operano con sostanziale autonomia d’azione e anche di decisione sia pure limitata, come si dirà, ai soli affari che esauriscono la loro portata e i loro effetti nei territori ove si muovono. La Francia, ove la prima presenza della ’ndrangheta risale agli anni Settanta, costituisce tutt’oggi un importante polo d’attrazione per le ’ndrine calabresi, che vi operano sotto il coordinamento strategico della locale di Ventimiglia: le zone più sfruttate dall’associazione italiana, che è ormai arrivata alla seconda generazione, si trovano nella regione delle Alpi, in Provenza e in Costa Azzurra, aree ove da tempo vengono reinvestiti i (1) Strutture territoriali dell’organizzazione mafiosa denominata ’ndrangheta, aventi funzione di coordinamento di più ’ndrine, ossia dei nuclei primari della medesima organizzazione, prevalentemente organizzati su base familiare ed esercenti il controllo su determinate aree del territorio. (2) La ’ndrangheta è presente in 30 Paesi del mondo

Tracce sempre più consistenti della presenza di ’ndrine sono state rilevate negli ultimi tempi anche in Svizzera, in Austria, in Romania (4) e nella Repubblica Slovacca; la presenza della ’ndrangheta in tale ultimo Paese è emersa solo grazie alle indagini svolte a seguito dell’omicidio del reporter Jan Kuciak (5), che hanno disvelato gli interessi economici delle cosche per i fondi europei per l’agricoltura di quel territorio. È tuttavia la Germania ad attirare maggiormente le famiglie calabresi che, clonando le strutture del territorio di origine, hanno ivi esportato il loro modello delinquenziale, dedicandosi con notevole impegno al narcotraffico, al riciclaggio e al reimpiego di beni nel settore immobiliare e della ristorazione. La strage di Duisburg dell’agosto 2007 è stata solo una delle numerose dimostrazioni di quanto già noto agli investigatori italiani e ha drammaticamente svelato al mondo la presenza di locali di ’ndrangheta e di centinaia di suoi affiliati nei diversi lander. Ulteriore conferma di tale radicata presenza si è avuta all’esito della recente indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Torino e dalla procura di Costanza, convenzionalmente denominata « Platinum Dia » (6), che ha dimostrato l’espansione in Ger­ mania, ma anche in Spagna e Romania, degli interessi economici di alcuni clan calabresi che in quelle terre avevano riciclato ingenti somme di denaro di illecita provenienza attraverso l’acquisizione di esercizi pubblici. Anche la Spagna può ormai, infatti, essere considerata territorio di conquista delle famiglie di ’ndrangheta: qui, come detto, sono state riciclate enormi quantità di denaro (7), qui hanno trascorso latitanze più o meno dorate alcuni boss in fuga, qui sono stati consumati omicidi eccellenti (8). La penisola iberica è divenuta territorio d’interesse per le famiglie calabresi anche quale anello di congiunzione con le organizzazioni crimi­ nali sud-americane e nuovo punto di arrivo di quantitativi rilevanti di cocaina e di hashish. Le molteplici operazioni antidroga condotte nell’area portuale di Gioia Tauro, già canale privilegiato per l’ingresso degli stupe­ facenti in Europa, infatti, hanno spinto la ’ndrangheta alla individuazione di nuovi territori per il traffico delle droghe provenienti dal Sud America. Crocevia strategico per il traffico internazionale di sostanze stupefa­ centi (ma anche per il traffico di armi) è divenuto anche il porto di Rotterdam nei Paesi Bassi: recentemente un’operazione congiunta italoolandese ha colpito le cosche di Natile di Careri (famiglie Ietto-Cua) e (3) Sono, infatti, molti gli ’ndranghetisti catturati in Francia, tra gli ultimi un membro del clan Barbaro-Papalia che vi aveva aperto una ditta di pulizie per condomini. (4) In Romania l’interesse delle cosche sembra essere concentrato soprattutto sul gioco illegale. (5) Avvenuto a Bratislava nel febbraio 2018. (6) Operazione condotta dalla Direzione investigativa antimafia che ha portato in data 5 maggio 2021, all’esecuzione di ingenti sequestri di beni mobili e immobili in Italia e in Germania e di 32 ordinanze di custodia cautelare in carcere, coinvolgendo oltre alla Germania anche la Romania e la Spagna. (7) Si richiamano in proposito, tra gli altri, gli esiti della già citata operazione « Platinum Dia ». (8) Il 9 giugno 2017 Giuseppe Nirta, cinquantaduenne originario di San Luca, esponente di vertice della famiglia Nirta-Scalzone coinvolto nell’operazione « Minotauro » sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Piemonte, è stato ucciso da uomini incappucciati a colpi di fucile e armi bianche mentre si trovava nella sua abitazione ad Aguilas nella Murcia. Le famiglie di San Luca (famiglie Pelle-Vottari, Romeo e Giorgi) che avevano ivi investito ingenti somme di denaro in alcuni ristoranti da impiegare quali basi logistiche per i traffici di cocaina dall’America Latina. Analogo ruolo nei traffici internazionali di cocaina governati dalla ’ndrangheta ha assunto, in Belgio, la città di Anversa mentre aree come quelle di Mons-Charleroi, Hainaut e Liegi sono state utilizzate da esponenti dell’organizzazione criminale italiana per l’avvio di nuove attività illecite e forme di riciclaggio anche attraverso l’impiego di monete virtuali (bitcoin).

 

Non è esente da infiltrazioni della ’ndrangheta il Regno Unito dove, all’inizio del 2018, è stata smantellata una sua pericolosa articolazione che, approfittando della legislazione semplificata in materia societaria/finanzia­ ria, ha immesso nel mercato legale ingenti somme di denaro provenienti dalle attività mafiose, attraverso una intensa attività di riciclaggio e auto-riciclaggio. È dunque evidente come la ’ndrangheta abbia ormai completato la sua espansione oltre i confini dell’Europa e anzi, come a breve si dirà, la sua presenza e operatività può ritenersi oggi pacificamente accertata anche al di fuori del continente. In Australia la presenza della ’ndrangheta risale agli anni tra le due guerre e ancor oggi essa rappresenta la principale organizzazione mafiosa italiana ivi operante. Anche in questo caso, il core business dell’organiz­ zazione è rappresentato dal traffico di stupefacenti, ma con il tempo si è consolidato il suo interesse nei settori più vari, dai trasporti all’edilizia, dalla ristorazione all’agricoltura. I gruppi più attivi sono quelli riconducibili alle cosche aspromontane e della Locride (area sita sul versante ionico della provincia di Reggio Calabria) dei Papalia-Sergi-Barbaro, degli Alvaro e dei Giorgi-Morabito. Negli Usa la ’ndrangheta ha di recente consolidato il suo ruolo di referente dei cartelli sudamericani nel narcotraffico: secondo quanto riferito dagli analisti della Direzione investigativa antimafia (DIA) (9), in Messico i cartelli della droga, sempre più frazionati in piccole organizzazioni, hanno stabilito infatti solidi canali di collegamento con esponenti della criminalità calabrese. Le famiglie della ’ndrangheta, in particolare quelle originarie della Locride, sono ora in espansione soprattutto nello stato di New York e in Florida; in Brasile tra Rio de Janeiro, San Paolo e Fortaleza risultano stabilmente presenti da almeno una quarantina d’anni insediamenti di ’ndrangheta riferibili alle famiglie dei Morabito, dei Piromalli, dei Com­ misso, dei Pelle e dei Maesano.

 

In Canada la prima apparizione della ’ndrangheta risale addirittura agli anni Settanta e già due decenni più tardi, evidenti e stabili risultavano i collegamenti operativi tra le cosche calabresi (il cosiddetto « Siderno Group ») e gli omologhi sodalizi stanziati nella regione di Toronto, impegnati nel gioco d’azzardo, nell’usura e nelle estorsioni. Il riconosci­ mento giudiziario dell’esistenza della ’ndrangheta in Canada è arrivato solo (9) Cfr. Relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sull’attività svolta e i risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia relativa al secondo semestre del 2019. Nel 2019 quando la Corte superiore di giustizia dell’Ontario ha condannato un sodale della famiglia Ursino a 11 anni e 6 mesi di reclusione, per traffico di stupefacenti. Evidente, dunque, la diffusa e capillare espansione al di fuori dell’I­ talia di questa temibile organizzazione, le cui propaggini sono ormai presenti e pericolosamente operative in ogni angolo del mondo, anche grazie alla collaborazione da esse avviata con le organizzazioni criminali locali, che riconoscono affidabilità ed efficienza della ’ndrangheta e che a essa si rimettono per il raggiungimento degli scopi illeciti perseguiti. Il dato risulta oggi ancora più allarmante in ragione di un ulteriore connotato della ’ndrangheta, emerso solo negli ultimi anni e grazie all’imponente lavoro degli investigatori.

 

Le numerose indagini da ultimo condotte hanno consentito il superamento della tradizionale concezione che riteneva che le varie ’ndrine operassero in piena autonomia, indipendenti le une dalle altre e che le stesse fossero accomunate solo dalla medesima origine calabrese e dall’identico modus operandi. È oggi chiaro come la ’ndrangheta sia struttura sostanzialmente unitaria, benché le sue articola­ zioni siano, come visto, variamente dislocate in tutti gli angoli della Terra. Ciascuna di esse mantiene una limitata autonomia operativa e riconosce quale proprio vertice un organo decisionale della provincia di Reggio Calabria, denominato « Crimine di Polsi » o più semplicemente « Cri­ mine ». Segnali di tale carattere e della unitarietà della ’ndrangheta nella gestione degli affari criminali, si rinvengono nelle varie indagini condotte in tutta Italia, che hanno fornito molteplici elementi a conferma della sua struttura. Il lavoro di indagine di entrambe le Direzioni distrettuali antimafia calabresi, quella di Reggio Calabria e quella di Catanzaro, ha svelato la piena e pacifica condivisione di imprenditori e faccendieri tra diverse cosche di Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia per acca­ parrarsi terreni e concessioni necessari all’ingresso nell’affare dell’energia eolica (10); ancora, nel procedimento cosiddetto « Magma » della procura di Reggio Calabria è emerso come i Bellocco – storica famiglia del manda­ mento reggino tirrenico – non abbiano avuto alcuna difficoltà ad accor­ darsi con i Gallace – cosca del catanzarese, in particolare di Guardavalle (CZ), da tempo attiva nel basso Lazio – allorché veniva deciso di avviare uno smercio della cocaina nella zona di Anzio. Scelte condivise, signifi­ cative dell’unitarietà dell’organizzazione mafiosa si colgono anche con riguardo a vicende strategiche ed essenziali al perpetuarsi del sodalizio, quali l’assistenza ai latitanti e il reinvestimento dei profitti illeciti, laddove comune è stata finanche la scelta di soggetti fiduciari da impiegare per l’occultamento delle operazioni criminose. È così che Crea Domenico – figlio del capo di una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta reggina, latitante per condanne definitive riportate per vari reati commessi in tale veste – si nascondeva nel territorio storicamente controllato dalla cosca Mancuso di Limbadi, dato indicativo della sinergica operatività della varie cosche di ’ndrangheta; è così che il patrimonio di un importante impren­ ditore nel settore turistico-alberghiero, Comerci Nicola, è stato oggetto di misura di prevenzione a causa dei suoi strettissimi rapporti, per un verso con i Piromalli di Gioia Tauro, e per altro verso con i Mancuso di Vibo Valentia.

 

Il carattere unitario della ’ndrangheta è stato definitivamente svelato e affermato in sede giudiziaria all’esito di due importanti procedimenti avviati dalle procure distrettuali di Reggio Calabria e Milano, denominati « Crimine » e « Infinito » (11). In essi è emerso, con evidenza, come le varie locali debbano attenersi a una rigida osservanza di usanze e tradizioni consolidate, di regole di base stabilite e imposte nella terra madre dalle famiglie calabresi e il cui rispetto deve essere garantito ovunque. Esse devono inoltre necessariamente rapportarsi al « Crimine di Polsi », sia quanto all’esistenza stessa delle locali – che necessitano del riconosci­ mento dell’organo di vertice – e al cursus honorum all’interno di esse, sia allorché entrino in gioco interessi che riguardano assetti più complessivi e situazioni di più ampia portata rispetto a quelli incidenti esclusivamente nelle zone di competenza.

È, per esempio (13), emerso che in relazione alla ricostituzione di una locale in Australia e alla individuazione del suo capo, un soggetto residente in quel Paese dovette appositamente recarsi in Calabria e rapportarsi con i vertici del mandamento ionico reggino, in quel momento a capo dell’intera organizzazione. Le sentenze appena citate sono di particolare rilevanza anche perché descrivono compiutamente i caratteri salienti di tale organizzazione e offrono uno schema paradigmatico della consorteria che si rinviene in tutti i territori in cui la ’ndrangheta si è andata a radicare: sia nella terra d’origine che altrove essa opera mettendo insieme i solidi vincoli, la tradizione di antichi riti obbedienti all’ortodossia del « Crimine di Polsi » e una pericolosissima e penetrante capacità di instaurare relazioni e di sfruttare le fragilità degli apparati amministrativi e del sistema economico e imprenditoriale, così divenendo estremamente insidiosa e inquinante, in quanto capace di invadere i più vasti e importanti settori della società e dell’economia. I medesimi connotati e il carattere unitario della ’ndrangheta risultano univocamente anche dalla imponente indagine denominata « Rinascita Scott », condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, di cui si dirà approfonditamente in seguito. Da essa, infatti, emerge chiaramente il forte e anche formale legame che unisce le diverse famiglie di « ’ndran­ gheta » delle province di Catanzaro, Crotone, Cosenza e Vibo Valentia alle cosche di Reggio Calabria e al « Crimine di Polsi », ma anche l’ormai (11) Procedimento « Crimine » n. 1389/08 R.G.N.R. DDA Reggio Calabria – Procedimento « Infinito » n. 43733/06 R.G.N.R DDA tribunale di Milano. (12)

 

Ulteriori e ancor più stringenti segnali di una assoluta unitarietà della ’ndrangheta e del suo forte legame con le altre organizzazioni italiane sono emersi dalle altre e più recenti indagini condotte nel distretto reggino, di cui si darà conto nella relazione dedicata alla missione nella città di Reggio Calabria. (13) È quanto acclarato nel processo denominato « Crimine » I numerosi elementi raccolti nel corso delle importanti indagini condotte nei territori in cui la ’ndrangheta ha manifestato la sua presenza dimostrano, dunque, come siano proprio i suoi tratti caratteristici, ossia i legami di sangue, i vincoli tradizionalistici e la unitarietà della struttura (che garantisce il rispetto di regole e decisioni), che ne hanno favorito l’espan­ sione al di fuori dei confini nazionali. Così la ’ndrangheta si è potuta affermare quale interlocutore affidabile e referenziato delle più note orga­ nizzazioni criminali straniere (14) riuscendo, altresì, a estendere i suoi interessi nei più svariati settori. Le indagini complessivamente portate a compimento nell’ultimo trien­ nio dalle direzioni distrettuali di Reggio Calabria e Catanzaro, infatti, non solo hanno confermato l’immagine della ’ndrangheta quale organizzazione unitaria, ma ne hanno anche evidenziato il profondo cambiamento, carat­ terizzato da una capacità di penetrazione sempre più pervasiva e inquinante in vari settori dell’economia pubblica e privata e dalla progressiva riduzione della componente militare, cioè di quella impostazione operativa che vedeva nella commissione di atti violenti l’unico strumento di attuazione dell’in­ gerenza mafiosa. Come riportato nella Relazione annuale sulle attività svolte dal Pro­ curatore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, riguardante il periodo 1° luglio 2017 – 30 giugno 2018, il minore ricorso alla violenza e alla intimidazione risulta confermato dal limitato numero degli omicidi, tentati o consumati, degli ultimi anni (per lo più da ricondurre a tensioni tra gruppi operanti in territori contigui soprattutto nel vibonese e in alcuni quartieri della città di Reggio Calabria). La riconducibilità di ciascuna locale all’associazione madre e la condivisione con essa della struttura, del modus operandi e delle finalità perseguite rendono l’intimi­ dazione non necessaria, non occorrendo che la singola articolazione mafiosa si manifesti ed esplichi con l’impiego di forme eclatanti di violenza, potendo essere percepita anche ove silente, atteso che l’assoggettamento e l’omertà derivano dalla stessa unitarietà dell’organizzazione ’ndrangheta e dalla fama criminale di quest’ultima, ormai nota nei vari territori. Gli elementi acquisiti nelle indagini da ultimo condotte in Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, ma anche in altri distretti d’Italia hanno disvelato quanto sia profondo il radicamento della ’ndrangheta in quei territori, quanto stretti siano i rapporti con imprenditori, amministra­ zioni locali, politici di vario livello, quasi mai riconducibili al paradigma intimidazione – assoggettamento e spesso, invece, connotati da una con­ divisione di intenti e obiettivi, perseguiti da entrambe le parti e quasi sempre rispondenti a interessi di natura strettamente economica o più semplicemente di conquista di potere e di acquisizione di consenso. E così (14) Cfr. sul punto anche gli esiti della missione svolta da questa Commissione negli Stati Uniti, rassegnati nella Relazione – Doc. XXIII n. 5, nonché l’audizione in data 4 novembre 2020 del prefetto Vittorio Rizzi, vice capo della Polizia di Stato – Direttore della Direzione centrale della polizia criminale.

 

L’uso della minaccia o della violenza, il più delle volte, non è necessario per il raggiungimento degli obiettivi, atteso che il forte radicamento e le intense relazioni create consentono a ciascuna locale di impiegare metodi meno eclatanti e appariscenti e dunque meno rischiosi: per avere l’aggiu­ dicazione di importanti appalti è sufficiente la riunione in un « cartello » di imprese intranee all’associazione criminale o comunque ad essa contigue, così come per ottenere l’approvazione delle iniziative d’interesse del sodalizio basta avvicinare gli uomini delle istituzioni o i semplici funzionari e far capire loro l’interesse dell’organizzazione per uno specifico affare per ottenerne il favore, anche se spesso sono loro stessi a richiedere l’intervento della famiglia stante la frequente e illecita convergenza di interessi. A ciò deve aggiungersi il pieno controllo del consenso mantenuto dalla ’ndran­ gheta, invero non solo in Calabria, che le consente di essere presente in ogni competizione elettorale, dando appoggio a candidati esterni all’organizza­ zione o facendo concorrere i propri affiliati, realizzando in entrambi i casi una sistematica infiltrazione degli apparati pubblici così da garantirsi la collusione di coloro che, diretta espressione della organizzazione mafiosa medesima, potranno assicurare comunque e senza necessità di atti violenti il perseguimento degli interessi criminali del sodalizio. Appare a tale riguardo importante sottolineare un aspetto che è sempre stato percepibile nell’operare della ’ndrangheta, ossia l’esistenza di una componente segreta o riservata, occultata attraverso l’utilizzo strumentale dei vincoli personali, professionali, istituzionali o anche di tipo massonico (ritenuto rilevante come fattispecie illecita prevista dall’articolo 1 della legge del 25 gennaio 1982, n. 17, cosiddetta legge Anselmi, giudizialmente non sempre riconosciuto (15)). Forte grazie a tale fitta e stabile rete di rapporti segreti e illeciti (rilevati in gran parte delle indagini che la hanno riguardata) e sempre più orientata a soddisfare la sua nuova vocazione imprenditoriale, la ’ndrangheta è in grado di condizionare in modo forte e incisivo il mondo economico e imprenditoriale e di deviare l’azione delle amministrazioni pubbliche locali dai canoni di efficienza, trasparenza e terzietà che le dovrebbero caratte­ rizzare. Di questo tenore l’analisi, che riporta elementi assai recenti, svolta dalla Direzione investigativa antimafia: « L’analisi delle risultanze investi­ gative e giudiziarie intervenute nel primo semestre 2020 restituisce, ancora una volta, l’immagine di una ’ndrangheta silente, ma più che mai viva nella sua vocazione affaristico imprenditoriale, tesa a farsi “impresa”. Una preoccupante conferma perviene anche dall’elevato numero di provvedi­ menti interdittivi antimafia adottati dalla prefetture nei confronti di ditte ritenute contigue alle cosche calabresi, attive in svariati settori commerciali, (15) Cfr. Relazioni annuali DNAA del 31 luglio 2019 e del 24 novembre 2020 che sul punto richiamano la sentenza del 1° marzo 2018 emessa all’esito di giudizio abbreviato dal GUP di Reggio Calabria nel procedimento cosiddetto « Gotha », ove sono confluiti gli esiti del proce­ dimento « Mammasantissima » e di altre indagini compiute dalla procura distrettuale di Reggio Calabria. Nel corso del giudizio di appello avverso la sentenza di condanna emessa all’esito di giudizio abbreviato, gli imputati sono stati assolti dall’ipotesi di reato contestata quale violazione della legge Anselmi, con la formula « il fatto non sussiste ».

 

Nella gestione di tutti gli appalti pubblici, di piccole, medie e anche grandi dimensioni, la ’ndrangheta ha potuto contare sulla disponibilità di imprenditori postisi al servizio dell’organizzazione con diverse modalità, che saranno pur sinteticamente illustrate nel prosieguo. Sono stati infatti assai numerosi i procedimenti di prevenzione, sia penali che amministrativi, che hanno avuto quali destinatari negli ultimi anni parecchie imprese, gestite in forma individuale o societaria. L’inquinamento dei diversi settori imprenditoriali, primi fra essi i lucrosi settori della gestione del ciclo dei rifiuti e dei servizi sanitari, e un’interlocuzione sempre più raffinata con soggetti istituzionali compiacenti, agevolano altresì il riciclaggio e il reimpiego dei proventi illecitamente accumulati, amplificando gli introiti del sodalizio anche attraverso canali legali. Va aggiunto che l’acquisizione di appalti e servizi pubblici ha consentito e consente alla ’ndrangheta di garantire posti di lavoro, con conseguente acquisizione di sempre maggior consenso a sua volta assai utile, in un esiziale circolo vizioso, per assicurarsi la presenza all’interno delle istituzioni di eletti di fiducia. Questi sono i tratti essenziali della potente organizzazione criminale che ha origine e domina nei territori meta delle missioni svolte, come emersi dal complesso delle testimonianze raccolte e dall’esame degli atti consegnati.

 

Occorre tuttavia ribadire che, pur nella sempre più marcata vocazione mercatista e affaristica, pur nella proiezione e dilatazione della sua presenza e dei suoi interessi oltre i confini regionali e nazionali, pur nella volontà di operare sotto traccia e senza azioni eclatanti e nonostante il forte condizionamento e il potere ormai acquisito, soprattutto nella regione visitata, la ’ndrangheta mantiene quale irrinunciabile principio e metodo di azione, quello definito nell’articolo 416-bis del codice penale. Il prestigio criminale generalmente riconosciuto, la temibile fama che precede le famiglie di ’ndrangheta, ovunque esse si manifestino e intendano operare, il predominio diffuso e la signoria ormai acquisita in molteplici settori e nei territori più vari non rendono generalmente necessari, come detto, l’esplicitazione di minacce o il ricorso ad azioni violente. Ma a chi tutto questo non riconosce o a chi quella signoria vuole contestare è riservata una sorte esemplare, che serva da monito e segnale per tutti gli altri, affinché non osino opporsi al suo incontrastabile e indiscutibile predominio sul territorio. Emblematica in tal senso la vicenda culminata nell’omicidio di Matteo Vinci, ucciso a Limbadi da un’autobomba nell’aprile del 2018: la sua famiglia era entrata in lite con soggetti notoriamente appartenenti al sodalizio mafioso egemone del territorio, i Mancuso, rifiutando di cedere loro alcuni terreni agricoli.

 

La sera del 9 aprile, mentre rientrava in auto nei propri terreni dopo una giornata di lavoro, un’esplosione fratturò le gambe al giovane Matteo (16) impedendogli di uscire dall’abitacolo dell’autovettura: il padre venne sbalzato fuori, l’auto in pochi minuti venne avvolta dalle fiamme e quegli morì carbonizzato. La terribile azione, che seguiva una serie di aggressioni e intimidazioni poste in essere contro i genitori di Matteo Vinci, per le modalità eclatanti con cui venne attuata, si qualifica senza dubbio come un messaggio inviato a tutta la comunità, volto a fare intendere che non è consentito in alcun modo opporsi al potere della famiglia Mancuso (17). È un aspetto che non può in alcun modo essere sottovalutato, costante riaffermazione della pericolosità della ’ndrangheta quale organizzazione di tipo mafioso. 2. Il territorio di Catanzaro In coerenza con quanto indicato in premessa circa gli obiettivi perseguiti, la Commissione ha proceduto all’audizione del prefetto di Catanzaro, dei comandanti provinciali delle Forze dell’ordine, dei vertici di alcuni uffici giudiziari e dei rappresentanti dell’avvocatura, acquisendo informazioni sulla situazione socio-economica del territorio, sullo stato della sicurezza e della risposta istituzionale sul piano della prevenzione e della repressione. Per completare il quadro conoscitivo sono stati altresì auditi i membri del Collegio commissariale prefettizio dell’azienda sanitaria provinciale di Catanzaro, alcuni imprenditori e i rappresentanti provinciali di Confindustria, Confcommercio, Confederazione italiana della piccola e media industria (Confapi) e Confagricoltura. 2.1 Situazione socio-economica Le informazioni fornite dal prefetto rivelano la particolare complessità della provincia di Catanzaro, suddivisa in 60 comuni due dei quali solamente – Catanzaro e Lamezia Terme – con popolazione superiore a 15.000 abitanti. La provincia si presenta con un elevato indice di vecchiaia e con un basso tasso di popolazione giovanile, condizioni ulteriormente aggravate dalla massiccia dispersione scolastica e dalla migrazione intel­ lettuale fenomeno, quest’ultimo, per il quale gran parte della popolazione giovanile, una volta terminati gli studi, si trasferisce in altre aree del Paese ove maggiori sono le opportunità di lavoro. L’insieme delle circostanze appena rappresentate inevitabilmente con­ diziona in negativo i processi di crescita del territorio. Secondo i dati diffusi dal rapporto annuale della Banca d’Italia del 2019, nella prima parte dell’anno in questione la crescita dell’attività economica in Calabria è risultata debole, confermando il rallentamento già in atto nella seconda (17) Il procedimento penale N. 5809/17 R.G.N.R. DDA Catanzaro, incardinato a carico di diversi soggetti, già attinti da misura cautelare e ora imputati dell’omicidio di Matteo Vinci, del tentato omicidio del padre Vinci Francesco Antonio, dei reati satellite, oltre che della tentata estorsione si è recentemente concluso con severe condanne a carico degli imputati; fra costoro anche Mancuso Rosaria, sorella di Mancuso Salvatore, alias « lo Zoppo » condannata alla pena dell’ergastolo.

 

La situazione è certamente destinata ad aggravarsi a seguito della crisi pandemica: in tal senso il contenuto del rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali presentato nel giugno 2020. Secondo lo studio « Atlante » (18) la densità imprenditoriale ogni 100 abitanti ha nella provincia di Catanzaro un valore molto basso, pari a 9, tale da far collocare la provincia alla ottantaseiesima posizione nella graduatoria nazionale. I dati contenuti nel rapporto dell’Eurostat 2018 rivelano inoltre che la percentuale delle persone a rischio di povertà in Calabria, pur essendo scesa rispetto all’anno precedente, è tra le più alte di Italia, attestandosi al 34,6 per cento, laddove il dato nazionale si attesta al 27,3 per cento. La rilevazione periodica dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), aggiornata al dicembre 2019, evidenzia inoltre come su una popolazione di meno di 400.000 abitanti, il 17,52 per cento dei nuclei familiari percepisce il reddito di cittadinanza e il 19,67 per cento beneficia della pensione di cittadinanza. Questo ultimo dato, rapportato all’indice di vecchiaia (174 per cento: ci sono cioè 174 persone con più di 65 anni ogni 100 giovani, cioè persone tra 0 e 14 anni), pone all’attenzione le macroscopiche criticità che caratterizzano il territorio in esame. Effettivamente fiacca è l’attività nelle costruzioni, il settore dei servizi è estremamente debole e, essendo rimasta stagnante l’attività di investi­ mento delle imprese, non si intravedono significative prospettive di mi­ glioramento. Come incisivamente evidenziato dal rappresentante territoriale del Governo, la pubblica amministrazione rappresenta nell’economica catan­ zarese una realtà occupazionale di grande rilievo. Invero, sulla base dei dati offerti da uno studio realizzato nell’agosto 2019 a cura del Centro studi impresa lavoro (su elaborazione di dati ISTAT, Eurostat e Ministero dell’economia e delle finanze), in Calabria ben 2 occupati su 5 lavorano quali pubblici dipendenti: l’incidenza dell’impiego pubblico in prospettiva comparativa rispetto al lavoro privato si attesta al 21,4 per cento, laddove il dato medio su base nazionale è del 14 per cento. Tali evidenze vanno valutate tenendo conto anche delle notevoli difficoltà – evidenziate nella relazione inviata dal prefetto di Catanzaro – che si riscontrano nel creare condizioni di rinnovamento della macchina pubblica e nell’ottimizzare la produttività del lavoro attraverso mirate azioni di controllo e razionalizzazione della spesa.

 

Ne consegue l’inefficienza di buona parte delle amministrazioni pubbliche e una scarsa qualità dei beni e servizi da esse offerti alla collettività. Sotto tale profilo si registra, infatti, un divario preoccupante per qualità della vita rispetto al Nord del Paese, sia in termini di servizi alla comunità (sanità, asili, assistenza agli anziani e ai portatori di handicap, trasporti, rifiuti), sia con riguardo alle opportunità e agevolazioni offerte alle imprese.

 

Va detto che nella provincia di Catanzaro ben 6 comuni, e fra questi Lamezia Terme, versano in stato di predissesto e 12 sono i comuni per i quali il dissesto è stato dichiarato. L’inefficienza di buona parte della pubblica amministrazione, in un contesto caratterizzato da un tessuto produttivo poco dinamico e chiuso all’innovazione, dalle caratteristiche demografiche prima delineate e da un dilagante assistenzialismo, finisce con il soffocare occasioni di sviluppo economico e civile e rende la Calabria terreno fertile per le organizzazioni criminali, disponibili e pronte ad offrirsi per soddisfare le esigenze delle classi meno abbienti, sostituendosi alle istituzioni. È stato infatti evidenziato dal Ministro dell’interno nella Relazione al Parlamento sulle attività della Direzione investigativa antimafia (DIA) che « le consorterie criminali calabresi sono abili nel creare seguito soprattutto fra quelle persone in cerca di riscatto sociale, le cui condizioni li spingono a schierarsi, piuttosto che con lo Stato (le cui risposte, talvolta imbrigliate da lungaggini e meccanismi burocratici, tendono ad essere incomplete, intempestive e comunque non satisfattive) con la ’ndrangheta che, invece, apparentemente, crea ricchezza, risolve problemi e non abbandona i suoi adepti » (19). La già complessa situazione demografica, economica e sociale della provincia di Catanzaro ha risentito assai pesantemente degli effetti travol­ genti del cosiddetto « lockdown » e in genere della crisi economica conseguita a quella sanitaria. Osservazioni assai allarmanti in proposito si rinvengono nella relazione semestrale al Parlamento del Ministro dell’in­ terno prima citata, ove si evidenzia come, agli effetti diretti e immediati della pandemia, misurabili con l’acuirsi delle forme di disagio sociale sottese all’impoverimento economico, devono essere aggiunti quelli, ancora più insidiosi, delle nuove strategie operative delle consorterie criminali, che approfittano dell’accrescimento delle sacche di povertà: si offre alle orga­ nizzazioni criminali mafiose l’occasione di porsi come welfare alternativo, come valido mezzo di sostentamento e punto di riferimento, condizioni che oltre ad aumentare gli affari del sodalizio ne accrescono il consenso sociale, favorendone l’ulteriore sviluppo.

 

Ciò avviene in termini certamente più accentuati nei territori, come quello in esame, dove è in progressiva crescita la fascia di popolazione che si muove verso una condizione di povertà e dove sono amplissime le sacche di lavoro nero che, proprio perché nascoste alle istituzioni, non potranno essere raggiunte dalle diverse forme di sostegno erogate in favore delle famiglie in difficoltà. Al fine di arginare l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività economiche e di prevenire la sua ingerenza negli affidamenti delle ingenti risorse erogate per far fronte alla crisi derivata dalla pandemia, il prefetto di Catanzaro, in linea con quanto disposto in diverse circolari del Ministero dell’interno, ha riferito di avere organizzato presso il suo ufficio molteplici riunioni per incrementare l’attività di prevenzione, in particolare, con il ricorso allo strumento dei Gruppi interforze antimafia. All’esito di tali approfondimenti e della loro discussione e condivisione nelle riunioni tecniche di coordinamento, si è in primo luogo stabilito di intensificare i controlli sull’affidamento dei fondi erogati, acquisendo dalle varie stazioni appaltanti (comuni, province, regioni, aziende sanitarie e diversi altri enti) informazioni in merito alla destinazione delle somme pervenute. Si è inoltre deciso di operare uno screening dei lavori e delle forniture pubbliche (dando priorità soprattutto al settore sanitario), ancora in corso o già conclusi, ma affidati nel decorso anno 2020, e di quelli riguardanti settori commerciali non legati a contratti pubblici, ma comunque maggiormente esposti ai rischi di ingerenza mafiosa (quello turistico-alberghiero o della ristorazione) al fine di monitorare eventuali segnali d’allarme quali i mutamenti negli assetti societari o di amministrazione o l’affidamento di subappalti.

 

Il complesso lavoro di prevenzione è stato organizzato grazie alla cooperazione tra le varie Forze dell’ordine presenti sul territorio, coordinate nel loro operare attraverso una attenta suddivisione delle aree di intervento. Il prefetto ha riferito anche della istituzione di un tavolo provinciale permanente sulle aziende confiscate, presenti nel territorio di Catanzaro in numero di 60 in particolare al fine di salvaguardare la posizione dei dipendenti come previsto dal codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, cosiddetto « codice antimafia ». 2.2 Situazione dell’ordine pubblico e presenza della criminalità organizzata La situazione demografica, economica e occupazionale delineata sulla base delle informazioni fornite dal rappresentante di Governo, produce rilevanti effetti sulla situazione dell’ordine pubblico nella provincia di Catanzaro. Oltre alla significativa presenza nel capoluogo di vertenze e manife­ stazioni conseguenti al fenomeno del precariato, il prefetto si è soffermato sui problemi creati dalla popolazione Rom, storicamente presente nei comuni di Catanzaro e Lamezia Terme. Le caratteristiche di tale comunità, e in particolare le precarie condizioni abitative, l’altissimo livello di disoccupazione e il diffuso analfabetismo, ne hanno reso nel tempo estremamente difficile l’integrazione sociale rendendo detta etnia humus ideale per lo sviluppo di fenomeni di devianza e criminalità, con un coinvolgimento sempre maggiore di donne e minori. I settori di principale interesse della cosiddetta « criminalità Rom », come indicati dal prefetto, sono rappresentati dal traffico di sostanze stupefacenti, dai furti di rame e dai furti di automezzi, questi ultimi finalizzati alla successiva attuazione di condotte estorsive, con richieste di denaro in cambio della restituzione dei beni sottratti.

 

Ma il dato più allarmante connesso alla presenza di tale etnia nella provincia calabrese, rappresentato alla Commissione dal procuratore di Catanzaro, è la condi­ zione di pressoché totale illegalità in cui vivono gran parte dei suoi appartenenti e la conseguente loro possibilità di muoversi inosservati. Tale peculiare stato ha agevolato i rapporti di alcuni membri della comunità Rom con la criminalità organizzata, dapprima collocandoli quale ottima e utile manovalanza per l’esecuzione di attività illecite e, più recentemente, favorendone il significativo avvicinamento alle famiglie, con la costituzione di alleanze o con forme di apparentamento che hanno fatto nascere importanti legami nei quali, in qualche caso, proprio gli esponenti della comunità Rom hanno assunto ruolo preminente rispetto a quello dei componenti dell’organizzazione mafiosa. Il prefetto di Catanzaro ha fornito una sintetica mappatura della presenza della criminalità organizzata di tipo mafioso nella provincia catanzarese, distinguendo in tale territorio quattro aree geo-criminali, ciascuna contraddistinta dalla presenza di cosche che vi esercitano la loro influenza, evitando reciproche interferenze. Nel comprensorio lametino operano le famiglie degli Iannazzo (che hanno collegamenti nel vibonese e in altre aree regioni quali il Veneto e l’Emilia Romagna), dei Giampà (attualmente indeboliti a causa dello stato di detenzione di molti affiliati, coinvolti nelle operazioni denominate « Medusa » e « Perseo » (20)), dei Cerra-Torcaso-Gualtieri (storica famiglia mafiosa già decimata dalla guerra di mafia che la vide contrapposta ai Giampà e agli Iannazzo, oggi fortemente ridimensionata dalle numerose operazioni di polizia che l’hanno riguardata, condotte dal 2014 fino ai giorni più recenti (21)).

 

Nel medesimo comprensorio lametino operano, altresì, alcuni gruppi minori, attivi soprattutto nei settori del movimento terra, del commercio di legname e della produzione di cippato. Costoro gestiscono le loro attività illecite con sufficiente autonomia, ma pur sempre sotto il controllo delle cosche dominanti: trattasi delle « famiglie » degli Scalise e dei Mezzatesta, compagini entrambe interessate dall’operazione denominata « Reventinum » (22), nella quale in data 18 dicembre 2018 sono stati emessi provvedimenti di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 12 indagati, organici alle ’ndrine citate, in conflitto tra loro per il controllo del territorio. Il comprensorio alto jonio-presilano è dominato dalla cosca dei Trapasso di San Leonardo di Cutro (KR), operativa nelle estorsioni, nell’usura, nel traffico di sostanze stupefacenti, nonché nel reinvestimento dei proventi illeciti, soprattutto nel settore delle strutture turistiche della (20) Procedimento penale n. 1846/09 R.G.N.R. DDA di Catanzaro, n. 1356/09 R.G. GIP, in cui sono state emesse dal GIP di Catanzaro due ordinanze di custodia cautelare, rispettivamente in data 21 giugno 2012 e 15 luglio 2013. (21) Operazione « Chimera » e « Chimera 2 » Procedimento penale n. 1767/15 R.G.N.R. DDA di Catanzaro, in cui sono state emesse dal GIP di Catanzaro due ordinanze di custodia cautelare, rispettivamente in data 14 maggio 2014 e 28 ottobre 2014; operazione « Dioniso », procedimento penale n. 4914/15 R.G.N.R. DDA di Catanzaro in cui è stata emessa ordinanza di custodia cautelare dal GIP di Catanzaro in data 12 gennaio 2017; operazione « Crisalide » procedimento penale n. 2623/11 R.G.N,R. DDA Catanzaro in cui è stato emesso fermo di indiziato di delitto dal P.M. della DDA di Catanzaro; operazione « Crisalide 2 » procedimento penale n. 2802/18 R.G.N.R. DDA Catanzaro in cui è stata emessa ordinanza di custodia cautelare dal GIP di Catanzaro in data 8 giugno 2017; in ultimo, operazione « Crisalide 3 » procedimento penale n. 2802/16 R.G.N.R. DDA Catanzaro nel quale in data 13 settembre 2019 è stata emessa dal GIP di Catanzaro ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 28 soggetti, indagati dei reati di associazioni di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porti illegale di armi, etc. (22) Procedimento penale n. 5762/17 R.G.N.R DDA di Catanzaro. Senato della Repubblica – 22 – Camera dei Deputati XVIII LEGISLATURA – DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI - DOC. XXIII, N. 19 costa; influente in tale comprensorio soprattutto nell’area presilana, anche la famiglia Arena. Le cosche in questione risultano particolarmente interessate altresì al settore economico connesso con il commercio di legname e con la produzione di cippato, legname di scarto da impiegare fruttuosamente nelle centrali termoelettriche. L’area territoriale del catanzarese in senso stretto vede l’ingerenza delle principali famiglie del crotonese, gli Arena e i Grande Aracri di Cutro, che vi operano attraverso tre articolazioni locali di riferimento, radicate in altrettante zone del capoluogo: i Gaglianesi, il gruppo della frazione Lido e quello degli « zingari ». Infine, il comprensorio soveratese è dominato da compagini criminali che risultano strettamente collegate con cosche assai potenti della provincia di Reggio Calabria nonché con gruppi ben radicati in altre regioni di Italia e all’estero: trattasi della potente cosca Gallace (cui si riconducono cellule ’ndranghetiste operanti nel Lazio, in Lombardia e in Germania), della cosca ad essa federata degli Iozzo-Chiefari (23), della cosca Procopio-Mongiardo e della cosca Procopio-Lentini-Tripodi-Sia. La forte incidenza della ’ndrangheta sulla situazione del territorio è, del pari, emersa dalle audizioni dei vertici delle Forze dell’ordine, che hanno esposto le attività degli uffici da loro diretti nell’azione sia preventiva che repressiva per il contrasto alla criminalità organizzata, menzionando e illustrando brevemente anche le più recenti e significative operazioni compiute. All’esito delle audizioni si è potuta apprezzare la piena sinergia e lo spirito di forte collaborazione che caratterizzano, in questa fase, i rapporti tra i diversi soggetti istituzionali impegnati in detta azione di contrasto, certamente essenziali per l’efficacia dell’azione medesima: in tal senso univoche le dichiarazioni del prefetto, del procuratore distrettuale e dei rappresentanti delle Forze dell’ordine. Tale importante e sinergico lavoro, svolto con sempre crescente impegno su un territorio difficile e fortemente permeato da infiltrazioni criminali, ha consentito di ricostruire il modo di atteggiarsi e le linee evolutive della ’ndrangheta come sinteticamente delineate in premessa e, soprattutto, di cogliere il suo peculiare intreccio con il mondo istituzionale e imprenditoriale. Indubbio, all’esito delle audizioni compiute, l’elevato livello raggiunto dalla criminalità organizzata, ormai perfettamente integrata nel tessuto sociale, economico e amministrativo dell’intera regione, tanto da fare apparire necessario un intervento dello Stato quanto mai capillare e rigoroso al fine di tentare di eradicare le ben solide basi di tale parallela e, di certo, predominante struttura e restituire a quella terra e ai suoi abitanti piena libertà di iniziativa e gestione e, dunque, possibilità di sviluppo. (23) La cosca Iozzo-Chiefari è stata oggetto della attività di indagine denominata operazione « Orthrus » (Procedimento penale n. 6493/15 R.G.N.R. DDA Catanzaro) culminata nella emis­ sione in data 14 ottobre 2019 da parte del GIP presso il tribunale di Catanzaro di ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 17 indagati.

 

    1. Le infiltrazioni nella pubblica amministrazione La capacità di intessere relazioni con le istituzioni, il pieno inserimento nelle sue fila di professionisti, burocrati, politici e pubblici amministratori, l’abbandono della violenza o dell’intimidazione, progressivamente sostituite da metodi corruttivi o, più spesso, collusivi, sono tutte caratteristiche emerse dal compendio informativo raccolto nel corso della missione che rendono estremamente difficile individuare le pericolose ramificazioni della ’ndrangheta ritenuta, dal punto di vista della infiltrazione nella pubblica amministrazione, l’organizzazione criminale più potente del mondo. La consapevolezza di tale modo di operare, emersa da tutti i contributi acquisiti nel corso dei lavori della Commissione, ha imposto un innalza­ mento dell’attenzione sui fenomeni di corruzione, di influenza, di condi­ zionamento e più in genere sulle dinamiche che regolano i rapporti tra clan malavitosi e amministrazioni locali. Pertanto, nel corso dell’audizione del prefetto di Catanzaro, un focus particolare è stato posto sul tema degli scioglimenti delle amministrazioni locali, ai sensi dell’articolo 143 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (TUEL). Le infiltrazioni negli enti territoriali Presso la prefettura di Catanzaro è stato istituito un gruppo di lavoro, coordinato dal Capo di gabinetto della prefettura medesima e composto dai rappresentanti delle Forze dell’ordine, che si riunisce periodicamente riferendo in ordine alla eventuale rilevazione di indici di infiltrazione della criminalità organizzata di tipo mafioso negli enti locali. Le risultanze sono poi oggetto di specifiche riunioni di coordinamento delle Forze di polizia, nell’ambito delle quali viene valutata l’esistenza di elementi tali da far ritenere necessaria la richiesta da parte del prefetto al Ministro dell’interno, di delega dei poteri ai sensi dell’articolo 2, comma 2-quater, del decretolegge 9 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410.

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    3. L’elevata attenzione alle ingerenze mafiose negli apparati pubblici traspare dai numerosi scioglimenti disposti all’esito di accurate verifiche. Risulta in proposito interessante la vicenda del comune di Guardavalle ove un servizio giornalistico del 10 dicembre 2019 aveva fatto emergere come la statua del santo patrono, Sant’Agazio, fosse stata donata da soggetti appartenenti alla cosca Gallace e posizionata nella piazza antistante la sede del comune. La collocazione della statua era stata autorizzata nel novembre 2007 con delibera unanime del Consiglio comunale, quando il sindaco di Guardavalle svolgeva all’interno del comune il ruolo di assessore. In data 20 dicembre 2019, dopo una riunione urgente di tutti i consiglieri comunali e una delibera del Consiglio, la statua è stata rimossa. L’accesso ispettivo disposto dal prefetto di Catanzaro anche in ragione di tale episodio ha consentito di accertare la presenza di elementi sinto­ matici del condizionamento mafioso dell’ente pubblico e in particolare l’uso distorto della cosa pubblica a favore di soggetti e imprese collegati direttamente o indirettamente ad ambienti malavitosi. Sulla base delle conclusioni contenute nella relazione della Commissione di accesso, il consiglio comunale è stato sciolto il 23 febbraio 2021: l’attività ispettiva ha infatti disvelato l’ampio condizionamento dell’amministrazione comunale, sia nella componente politica che in quella burocratica, con riguardo alla gestione delle gare d’appalto per l’affidamento di lavori e per la fornitura di beni e servizi. Secondo quanto si legge nel decreto di scioglimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, sono stati accertati numerosi affida­ menti diretti in favore di società variamente intestate, ma di fatto gestite da un unico imprenditore risultato contiguo alla cosca criminale locali. In particolare, la commissione di accesso ha evidenziato artificiosi fraziona­ menti delle pubbliche commesse, affidate fuori dalle ordinarie procedure a evidenza pubblica, spesso facendo ricorso immotivatamente e in assenza dei prescritti presupposti alla somma urgenza anche per lavori già regolarmente contemplati nei programmi comunali, in particolare per gli interventi sulla viabilità e le infrastrutture. È stato inoltre segnalato che alcune delle società di fatto gestite dall’imprenditore menzionato risultavano iscritte nell’elenco delle ditte di fiducia dell’ente, alle quali affidare direttamente lavori di importo inferiore ai 40.000 euro, benché le stesse non possedessero nemmeno i requisiti di regolarità tributaria richiesti dai regolamenti comu­ nali quale presupposto per l’affidamento. È infatti emersa la totale man­ canza di controlli preventivi da parte dell’amministrazione comunale nei confronti delle società in questione, tre delle quali sono state colpite da provvedimenti interdittivi antimafia. La vicenda, come segnalato alla Commissione, ha posto le premesse per la decisione, assunta all’esito di riunioni di coordinamento tra le Forze di polizia, di procedere ad una capillare attività volta alla rilevazione di simboli religiosi sull’intera provincia del territorio (24), atteso l’evidente significato che essi assumono in termini di visibilità pubblica e di controllo, per le organizzazioni mafiose. Oltre al comune di Guardavalle, altri importanti comuni calabresi sono stati negli ultimi anni sciolti in conseguenza della rilevazione di fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso e, infatti, nel 2019 si sono concluse le gestioni commissariali che avevano interessato i comuni di Lamezia Terme, Cropani, Petronà e Sorbo. Appare importante accennare brevemente alla vicenda amministrativa che ha riguardato il comune di Lamezia Terme (già sciolto per ben due volte nel passato), terza città della Calabria, sede di importanti infrastrutture (25) e, come già indicato, territorio d’azione di alcune delle più potenti cosche (24) Secondo quanto riferito nel corso della sua audizione dal Comandante provinciale dei Carabinieri, ad esempio, nell’ambito dell’operazione « Orthrus » è emerso che gli esponenti della cosca Iozzo-Chiefari cercavano di avere la possibilità di porsi in prima fila tra coloro che, nell’ambito della sentita festa religiosa che si svolge nel comune di Torre Ruggiero, portano a spalla la statua della Madonna nel corso della processione, oltre a essere fortemente interessati a gestire la collocazione dei venditori ambulanti nell’ambito dei relativi festeggiamenti. (25) Il comune di Lamezia Terme, ubicato nell’area centrale della regione, dispone dell’unico scalo aeroportuale della Calabria a valenza internazionale e stazione ferroviaria tra le più importanti della Ferrovia tirrenica meridionale, snodo strategico con il capoluogo e con tutta la fascia jonica.

    4.  

    5. La procedura di scioglimento del Consiglio comunale, disposto con decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 298 del 22 dicembre 2017, è stata avviata a seguito dell’operazione denominata « Crisalide 1 », nell’ambito della quale nel gennaio 2017 era stato emesso decreto di fermo dalla DDA di Catanzaro nei confronti di 52 soggetti, indagati fra l’altro di appartenere alla cosca lametina « Cerra-Torcaso-Gualtieri ». Nella vicenda risultavano coinvolti un consigliere comunale e il vicepresidente del consiglio comu­ nale, accusati di avere chiesto e fruito dell’appoggio elettorale del predetto sodalizio (26). Gli accertamenti disposti dalla commissione di accesso ave­ vano evidenziato frequentazioni e rapporti di parentela tra alcuni ammini­ stratori e soggetti gravati da precedenti penali, ma anche il sostegno elettorale di elementi della criminalità organizzata; erano state inoltre accertate ripetute irregolarità/illegittimità nelle procedure gestite dall’ente e un carente esercizio dei poteri di controllo e vigilanza da parte degli organi elettivi e burocratici. La legittimità del provvedimento, impugnato dinanzi al giudice amministrativo, dopo una prima sfavorevole pronuncia del tribunale amministrativo regionale (TAR), è stata confermata con sentenza del Consiglio di Stato (27): la Commissione di accesso si è pertanto reinsediata e ha operato sino alle elezioni amministrative svoltesi nel novembre 2019. La Corte di cassazione (28) ha inoltre confermato la pronuncia del giudice ordinario ex articolo 143, comma 11, del TUEL, che aveva dichiarato l’incandidabilità dell’ex vicepresidente del consiglio co­ munale e di un ex consigliere comunale, in quanto indagati di concorso esterno in associazione mafiosa. Significativa anche la vicenda che ha riguardato il comune di Petronà, piccolo centro di 2.262 abitanti situato nella pre-Sila catanzarese, il cui consiglio comunale è stato sciolto con decreto del Presidente della Repub­ blica 24 novembre 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 298 del 22 dicembre 2017. L’attivazione della procedura era stata determinata da un esposto anonimo e l’attività di accesso ha consentito di accertare la sussistenza di stretti vincoli, anche di parentela, tra amministratori locali e soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Si è inoltre accertato che la gestione del patrimonio boschivo, costituente una delle principali risorse dell’ente comunale ubicato in un territorio prevalentemente montuoso, non fruttava al comune profitti: alle gare partecipavano a rotazione singole ditte presenti sul territorio aggiudicandosi i « tagli » anche con rialzi irrisori rispetto al prezzo posto a base d’asta, segno di accordi intervenuti al di fuori della procedura di gara e della decisione delle commesse all’infuori di essa. La gravità delle infiltrazioni della ’ndrangheta nella pubblica ammi­ nistrazione regionale, è altresì emersa dalle indagini condotte nel procedi­ mento penale n. 1409/16 del registro generale notizie di reato (RGNR) della DDA di Catanzaro, che ha riguardato la proliferazione di assunzioni presso la Fondazione Calabria etica, ente in house della regione Calabria: (26) Entrambi sono stati assolti nel corso del procedimento penale.

 

l’indagine ha rivelato un sistema affaristico di gestione della cosa pubblica nel quale le numerose assunzioni illecite accertate erano da ricondurre ad una prassi di tipo clientelare correlata alla soddisfazione di interessi ’ndranghetistici. In detto procedimento sono state disposte nove misure cautelari di massimo rigore, con restrizione in carcere di amministratori pubblici, dirigenti, professionisti, imprenditori e soggetti contigui alla criminalità organizzata ed è stato altresì disposto un sequestro preventivo di quasi due milioni di euro. Il giudizio abbreviato nei confronti di uno degli imputati si è concluso con sentenza di condanna per il delitto di peculato e con un provvedimento di confisca per 800.000 euro circa (29). Nella sanità Un quadro di assoluto allarme offre la sanità calabrese, vera e propria ferita aperta nel territorio dell’intera regione, come emerso con evidenza nel drammatico momento dell’emergenza pandemica. Il prefetto di Catanzaro ha rappresentato, nella relazione inviata a questa Commissione, come sia stata proprio la straordinarietà dell’esposi­ zione deficitaria in materia sanitaria a dare origine ai molteplici provve­ dimenti eccezionali del Governo che hanno condotto alla nomina di un commissario ad acta, incaricato sia dell’adozione di un piano di rientro, sia dell’adempimento degli obblighi in esso contenuti. La Calabria, infatti, era stata sottoposta a piano di rientro nel 2009, ma dalle prime verifiche erano emerse gravi inadempienze della regione negli interventi di risanamento, riequilibrio economico-finanziario e di riorganizzazione del servizio sani­ tario regionale. Attivata la procedura di commissariamento della regione, dal luglio 2010 sino ad oggi si sono succediti più Commissari ad acta (30) e, con il cosiddetto « decreto Calabria » (31), ogni determinazione sulla spesa sanitaria regionale è stata sottoposta al controllo del Dicastero competente, dunque il Ministero della salute o il Ministero dell’economia e delle finanze. La sanità calabrese, tutt’oggi afflitta da un rilevante deficit (32), risente certamente della presenza della criminalità organizzata, fortemente interes­ (29) Cfr. Relazione annuale DNAA 31 luglio 2019. (30) Con deliberazione del Consiglio dei ministri adottata nella seduta del 30 luglio 2010 venne conferito mandato commissariale al presidente della regione Calabria, Giuseppe Scopelliti.

 

A seguito delle sue dimissioni, nel settembre del 2014 l’incarico di Commissario ad acta venne momentane­ amente conferito, fino all’insediamento del nuovo presidente, al generale della Guardia di finanza Luciano Pezzi. Successivamente, disposta l’incompatibilità della nomina a Commissario ad acta con qualsiasi incarico istituzionale presso la regione soggetta a commissariamento (articolo 1, commi da 569 a 572, della legge n. 190 del 2014), sono stati nominati commissari l’ingegnere Massimo Scura e poi il Generale dei carabinieri Saverio Cotticelli. (31) Decreto-legge 30 aprile 2019, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2019, n. 60, recante « Misure emergenziali per il Servizio sanitario della regione Calabria e altre misure urgenti in materia sanitaria ». (32) Si legge nel dossier del 6 maggio 2019 allegato al cosiddetto decreto Calabria: « nel corso del 2018, le verifiche operate dai Tavoli di monitoraggio hanno rilevato un disavanzo 2018 superiore a 160 milioni di euro, non coerente con le coperture previste dal Piano di rientro (pari a 100 milioni di euro), con la conseguenza, in caso di proiezione confermata, di un ulteriore aumento delle aliquote fiscali, oltre che del blocco totale del turn over del personale del SSR e il blocco dei trasferimenti non obbligatori del bilancio regionale fino all’anno successivo a quello di verifica ».

 

Tale dato era già emerso nel biennio 2014-2015, dall’analisi di contesto condotta dal­ l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS), con parti­ colare riferimento ad alcune aziende sanitarie provinciali della regione, su tutte quella di Locri (ex azienda sanitaria locale 9), di Reggio Calabria (ex azienda sanitaria locale 11 e azienda sanitaria provinciale 5) e di Vibo Valentia. Nel marzo 2019 (33) l’organo di direzione generale dell’azienda sani­ taria provinciale di Reggio Calabria è stato sciolto in ragione dei forti condizionamenti della criminalità organizzata e, nella relazione allegata al decreto di scioglimento, è stata sottolineata proprio l’accentuata propen­ sione delle organizzazioni ’ndranghetiste a inserirsi nel settore della sanità pubblica per orientare le risorse finanziarie a proprio vantaggio. Analoga sorte è toccata, qualche mese dopo, anche all’organo di direzione generale dell’azienda sanitaria provinciale di Catanzaro sciolta con decreto del Presidente della Repubblica del 13 settembre 2019, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 236 del 8 ottobre 2019. L’azienda sanitaria provinciale di Catanzaro comprende tre distretti socio-sanitari (Lamezia Terme, Catanzaro e Soverato) e il medesimo numero di presidi ospedalieri (Lamezia Terme, Soveria Mannelli e Soverato): il bacino di competenza coinvolge, complessivamente, 80 comuni che si estendono dal mar Jonio a quello Tirreno, coprendo buona parte della costa e delle montagne della Sila, per una popolazione totale di oltre 360.000 unità; i dipendenti sono circa 2000. La relazione del prefetto di Catanzaro del giugno 2019, posta a base della proposta di scioglimento del Ministro dell’interno, ha sottolineato la sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi indicativi del condizionamento e dell’ingerenza della criminalità organizzata di tipo mafioso nei confronti di alcuni dipendenti e soggetti di vertice dell’ente, anche in base a quanto emerso dall’indagine denominata convenzionalmente « Quinta Bolgia » (34), coordinata dalla Direzione di­ strettuale antimafia del capoluogo. Detta operazione, risultato di due filoni investigativi distinti ma strettamente connessi tra loro, ha evidenziato il predominante ruolo di due gruppi di imprenditori, entrambi riconducibili alla medesima matrice cri­ minale della cosca Iannazzo-Cannizzaro. La famiglia mafiosa, ben radicata su quel territorio, aveva imposto, nel tempo, un vero e proprio regime di monopolio nella gestione del servizio delle autoambulanze a totale discapito di quello pubblico e più in generale delle attività sanitarie. Le investigazioni hanno evidenziato come l’ultima gara regolarmente indetta e aggiudicata per l’affidamento del servizio sostitutivo delle autoambulanze 118 risalisse al 2009 quando vincitrice dell’appalto era stata un’impresa riconducibile ad uno dei gruppi menzionati, che aveva continuato a gestire le specifiche attività grazie a reiterate proroghe anche tacite, sino al 2017, anno in cui (33) Decreto del Presidente della Repubblica dell’11 marzo 2019. (34) Procedimento penale n. 3394/18 R.G.N.R., pervenuto alla fase del giudizio, che si sta svolgendo nei confronti di alcuni imputati con rito ordinario, nei confronti di altri con rito abbreviato, già concluso con sentenza di primo grado nei confronti dell’impresa aggiudicataria è stata emessa una informazione interdittiva antimafia. Ulteriore dimostrazione della pervasività dell’orga­ nizzazione criminale è da cogliere nell’affidamento del servizio di gestione delle autoambulanze per l’anno seguente, avvenuto ancora una volta in assenza di gara con la procedura dell’estrema urgenza, in favore di una società riconducibile all’altro dei due gruppi imprenditoriali prima men­ zionati e facenti capo al medesimo settore criminale, società anch’essa destinataria di provvedimento interdittivo nel successivo mese di novembre del 2018. Nel corso dell’attività istruttoria svolta dalla Commissione di accesso dopo il suo insediamento, è altresì emerso come uno dei gruppi impren­ ditoriali a cui era stato affidato il servizio di ambulanza avesse svolto detto delicato incarico con mezzi sprovvisti di opportune dotazioni elettromedi­ cali e avesse paradossalmente ottenuto le previste certificazioni di qualità, indispensabili per l’affidamento del servizio, a seguito di accertamenti meramente documentali senza, quindi, l’effettuazione delle doverose attività di verifica pratica dei mezzi, delle dotazioni tecniche e delle strutture aziendali. Le attività d’indagine condotte dalla locale Direzione distrettuale antimafia hanno inoltre rivelato la grave situazione creatasi all’interno dell’ospedale di Lamezia Terme e, più precisamente, all’interno del reparto di pronto soccorso, il cui personale medico e paramedico versava in uno stato di forte soggezione rispetto ai medesimi due gruppi imprenditoriali, che mantenevano così il pressoché totale controllo della struttura. Ed infatti, alcuni dipendenti di tali imprese erano in possesso delle chiavi di diversi reparti del nosocomio e dei locali adibiti a deposito di farmaci, potendo altresì accedere ai computer dell’intera azienda sanitaria provinciale e, conseguentemente, potendo disporre di tutti i dati, anche sensibili, dei pazienti. Gli accertamenti condotti dalla commissione di accesso hanno con­ sentito di cogliere ulteriori gravi irregolarità nella gestione dell’azienda sanitaria provinciale, tali da compromettere la libera determinazione e il buon andamento dell’apparato e da arrecare, conseguentemente, serio pregiudizio al regolare funzionamento dei servizi generali con concreto pericolo per la sicurezza pubblica. Oltre a quanto si è detto in merito al servizio di ambulanze, si è accertato il ricorso pressoché generalizzato agli affidamenti diretti dei lavori e dei servizi pubblici, in totale assenza di procedure di gara e senza l’indicazione di qualsivoglia motivazione a giustificazione della scelta, rivolta sempre a favore di un ristretto numero di ditte (35). Al riguardo, è opportuno sottolineare come alcune di esse siano risultate destinatarie di informative interdittive antimafia o del diniego di iscrizione nella white list, mentre, in alcuni casi, sono emersi precedenti penali o di polizia a carico di titolari e impiegati.

 

La carenza di controlli (36) ha, altresì, consentito che tra i fornitori dell’azienda vi fossero diversi soggetti economici destinatari di interdittive antimafia. D’altra parte, la totale disattenzione all’imprescindibile stru­ mento delle informazioni antimafia è dimostrata dalla scelta dell’ente di non sostituire l’unico funzionario abilitato all’accesso alla banca dati antimafia, dopo che quest’ultimo era stato trasferito a seguito del suo diretto coin­ volgimento nella già citata operazione di polizia giudiziaria denominata « Quinta Bolgia ». Infine, il controllo dei precedenti o delle pendenze giudiziarie a carico dei dipendenti ha reso plasticamente la grave situazione in cui l’azienda sanitaria versava, essendo emersa l’implicazione di alcuni di costoro in reati associativi o contro la pubblica amministrazione; basti pensare, al riguardo, che alcuni dirigenti risultavano coinvolti a vario titolo in ulteriori proce­ dimenti penali aventi per oggetto gravi delitti, quali la turbata libertà degli incanti, peculato, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale e altro ancora. Anche i componenti della commissione di gestione straordinaria dell’azienda sanitaria, nominati a seguito dello scioglimento dell’ente (37), hanno sottolineato il grave contesto socio-ambientale nel quale l’azienda sanitaria si trovava da tempo ad operare (38), caratterizzato da una radicata presenza della criminalità organizzata sia nelle attività economico finan­ ziarie che nella gestione, diretta o indiretta, della cosa pubblica. La commissione ha quindi riferito gli aspetti salienti dell’attività svolta dal momento dell’insediamento. Si è innanzitutto evidenziato come per sopperire alle gravi carenze organizzative e di legalità dell’ente sia stata ritenuta assolutamente prioritaria la riorganizzazione del settore di verifica delle certificazioni antimafia, sino ad allora del tutto obliterato come appunto evidenziato negli atti della procedura di scioglimento. La prima iniziativa della Commissione è stata proprio la creazione di uno specifico ufficio, con a capo un funzionario specializzato, incaricato esclusivamente di tale compito: detto comparto, alla data del 29 settembre 2020, aveva già trattato 274 richieste di informative antimafia e 30 erano in lavorazione al momento dell’audizione. Altro aspetto di rilevante criticità affrontato nella quasi immediatezza dal collegio è stato quello dei decreti ingiuntivi, dei pignoramenti e delle doppie fatturazioni. È infatti emerso che più volte diverse imprese, pur dopo essere state regolarmente pagate, avevano nuovamente presentato le me­ desime fatture per l’incasso e, allorché il pagamento veniva sospeso, avevano agito in giudizio ottenendo il decreto ingiuntivo e procedendo, in caso di mancato pagamento, con il pignoramento. (36) Solo in un caso, in data 15 ottobre 2015, l’ufficio tecnico dell’azienda ha richiesto tre informazioni antimafia, prima dell’aggiudicazione di un appalto del valore di circa 4.000.000 di euro inerente alla realizzazione di strutture residenziali. (37) Sono stati auditi nel corso della missione la dottoressa Luisa Latella (già prefetto di Catanzaro, nominata dopo le dimissioni del dottor Gianfelice Bellisini a sua volta subentrato al dottor Domenico Bagnato, anch’egli dimissionario), il dottor Salvatore Galli e la dottoressa Franca Tancredi. (38) La dottoressa Luisa Latella aveva ricoperto l’incarico di prefetto di quella provincia dal 5 gennaio 2015 al 19 gennaio 2018.

 

Tale situazione, resa possibile certamente da complicità interne e dall’utilizzo di un sistema informatico che non registrava l’avvenuto pagamento delle fatture, ha ovviamente creato degli importanti disavanzi nel bilancio dell’azienda. Anche per far fronte a tali problematiche è stato reso operativo un ulteriore nuovo ufficio con il compito di procedere, quanto più celermente possibile, alle liquidazioni dei dovuti, dopo le verifiche opportune e approfondite di ogni singolo caso; dette attività vengono svolte in stretta intesa con la Guardia di finanza. I competenti uffici regionali sono stati informati di tale disfunzione, atteso che il sistema informatico che consentiva la doppia fatturazione era impiegato in tutte le aziende sanitarie regionali. I componenti della commissione di gestione hanno inoltre provveduto ad una serie di trasferimenti interni disposti per motivi di opportunità sostituendo così il direttore sanitario, quello amministrativo e i capi dipartimento (ad eccezione di tre di loro); con un atto di indirizzo è stato di fatto eliminato dall’organigramma dell’ente un intero dipartimento, quello di programmazione e controllo, con passaggio delle relative com­ petenze a una società esterna, risultata aggiudicatrice di specifica gara, prevedendo l’affiancamento ad essa di un consulente. Sempre con riguardo alla gestione del personale, considerata la gravità di quanto emerso nel passato, la commissione ha proceduto ad una verifica approfondita dei certificati dei carichi pendenti e del casellario giudiziale dei dipendenti. All’esito della verifica, alla data dell’audizione, un colla­ boratore era stato licenziato ed erano in corso gli accertamenti in merito ad altre due posizioni. A tale proposito la commissione ha riferito di avere ricevuto la segnalazione anonima della condotta di un alto funzionario dell’azienda sanitaria che esponeva sul suo profilo facebook simboli e frasi di significato massonico. Il singolare episodio è stato ritenuto rilevante in ragione delle sovrapposizioni accertate in passato e in tempi più recenti tra le associazioni di tipo mafioso e la massoneria e per questo è stato segnalato tanto all’autorità giudiziaria che alla commissione di disciplina dell’azienda. Allo scopo di razionalizzare le spese è stata prevista una riduzione dei quadri di circa 300 unità, pur soffrendo la struttura di una carenza ormai divenuta cronica di impiegati nel settore amministrativo. Benché la commissione straordinaria, alla data dell’audizione, si fosse insediata ormai da oltre un anno e pur emergendo l’importante lavoro svolto, è risultato evidente come si fosse ben lontani dal totale risanamento dell’azienda sanitaria calabrese, che è risultata ancora gravata da moltissimi e gravi problemi pratici e logistici (39) che ne ostacolano la piena efficienza, e, soprattutto, da carenze che continuano a determinare un grave disavanzo di bilancio. Tale ultimo tema era stato approfondito in sede di ispezione dalla commissione d’accesso: era stato rilevato come negli ultimi anni vi (39) È stato ad esempio segnalato come molte delle risorse dell’azione siano destinata al pagamento di onerose locazioni immobiliari (ammontanti a circa un milione di euro l’anno) e come, il servizio di autoambulanza pur incrementato, non risulti adeguato rispetto al territorio.

 

La commissione di gestione ha fornito i dati dell’anno 2019 evidenziando come fosse ancora molto grave la situazione debitoria, risultando un disavanzo complessivo di oltre 32 milioni di euro (41). Per come ampiamente tratteggiato può senza dubbio affermarsi che l’ente in questione ha sofferto di una penetrante infiltrazione mafiosa, favorita nel corso degli anni da evidenti e delineate disfunzioni e anomalie gestionali. In tutto questo i danni arrecati, da un lato all’economia sana del territorio attraverso una penalizzazione evidente delle imprese concorrenti, dall’altro ai servizi erogati alla cittadinanza mancanti, evidentemente, di adeguata qualità, sono del tutto inconfutabili. In detto contesto l’aspetto più allarmante è senza dubbio l’evidente incapacità e inefficienza dell’azienda sanitaria di Catanzaro nel provvedere autonomamente al ristabilimento della legalità seppur in presenza di situazioni critiche ben note, il tutto a dimostrazione di una totale, grave e ingiustificabile assenza di strumenti di autodifesa. 2.4 Le infiltrazioni nell’economia L’abilità della ’ndrangheta nell’insinuarsi e governare l’economia calabrese emerge ampiamente dal modo, prima descritto, in cui ha operato nel settore della sanità, ove ha dimostrato di sapere utilizzare tutti i possibili strumenti normativi per mimetizzare la sua presenza e le conseguenti attività illecite, ricorrendo alle professionalità a sua disposizione, parte della « zona grigia » cui si è fatto cenno in premessa. Il prefetto di Catanzaro ha posto in rassegna l’attività sempre più intensa svolta dall’ufficio rappresentato, in stretto raccordo con le Forze dell’ordine, per avversare i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata negli appalti e negli investimenti pubblici, nel mercato del lavoro e nell’esercizio delle attività produttive. Il rappresentante del Governo ha evidenziato come l’analisi dei rapporti inviati dalle Forze di polizia e il costante confronto intervenuto nelle numerose riunioni tenute con i componenti del Gruppo interforze (40) In particolare: – 2014, perdita pari a euro 7.554.000,00; – 2015, perdita pari a euro 19.032.000,00; – 2016, perdita pari a euro 26.075.000,00; – 2017, perdita pari a euro 19.071.000,00; – 2018, perdita pari a euro 40.478.000,00. (41) Per cercare di migliorare la suddetta situazione, la Commissione ha individuato ed elencato gli ambiti di intervento per il prossimo-immediato futuro, in particolare: – riorganizzazione generale della struttura aziendale, con riduzione cospicua delle postazioni di continuità assistenziale e di emergenza territoriale; – attenzione alle procedure di acquisto di beni e servizi, attraverso il ricorso alla centra­ lizzazione mediante « Consip »; – riduzione della massa debitoria; – revisione della politica di gestione del personale; – rivisitazione delle dotazioni organiche per macrostruttura e unità operative, amministrative e sanitarie; – approfondimento oculato della gestione del contenzioso riveli l’esistenza costante di uno stretto intreccio tra società e soggetti riconducibili alla criminalità organizzata e numerose altre società, anche importanti e apparentemente regolari, operanti sia sul territorio catanzarese sia in altre aree del Paese, come quelle della ricostruzione post-sisma. La presenza di stretti rapporti tra le varie società calabresi all’interno della regione e fuori dalla stessa, ma anche di rapporti tra società catanzaresi e società di province non calabresi, è stata ritenuta un segnale degno della massima attenzione, in particolar modo perché considerata unitamente all’accertato coinvolgimento di società catanzaresi in indagini riguardanti regioni del centro e del nord Italia e al frequente trasferimento (o alla costituzione) in altre province di società in cui risultano presenti soggetti destinatari di comunicazioni o informazioni antimafia a contenuto interdittivo o, più spesso, loro parenti o dipendenti, in un reticolo di rapporti in cui tornano sovente all’attenzione gli stessi nominativi (42). Tali evidenze sono state ritenute chiaramente indicative del livello raggiunto dalla cri­ minalità organizzata operante nel comprensorio del catanzarese e, soprat­ tutto, del suo complesso ed evoluto modo di operare. Essa, in sostanza, appare particolarmente invasiva e capace di espandere silenziosamente la sua influenza a livello nazionale, anche attraverso l’instaurazione di rapporti con soggetti apparentemente « sani » e per mezzo del fenomeno della cosiddetta « contiguità compiacente », più difficile da individuare e parti­ colarmente insidioso. Ha inoltre oramai coinvolto ambiti diversi da quelli tradizionali dell’edilizia e del cosiddetto movimento terra, quali la risto­ razione, i trasporti, il settore alberghiero, oltre a quello già esaminato della sanità. La situazione descritta ha quindi indotto l’ufficio territoriale del Governo di Catanzaro a modificare e aggiornare le strategie e modalità operative tradizionalmente utilizzate: si è cercato un approccio nuovo e anche più dinamico nella fase istruttoria prodromica al rilascio della documentazione antimafia, che si incentra oltre che su una rinnovata valorizzazione del Gruppo interforze antimafia locale, anche sulla possi­ bilità di organizzare riunioni interprovinciali di detti gruppi. Il prefetto ha riferito della ormai rara emissione delle « comunica­ zioni » antimafia interdittive a contenuto vincolato e fondate sulla constatata presenza delle condizioni ostative previste e fissate dalla legge: la crimi­ nalità organizzata, con grande flessibilità, si è velocemente adeguata alle prescrizioni della normativa e alle statuizioni della giurisprudenza e, in maniera sempre più evoluta e raffinata, ricorre a strumenti nuovi e sfuggenti per penetrare nell’economia legale, evitando accuratamente di ricadere in situazioni tipizzate e rientranti nelle fattispecie già cristallizzate nella legge. (42) Secondo quanto riferito dal prefetto « .... spesso c’è un sistema familistico anche nella imprenditoria: se un’impresa viene interdetta, subentra un fratello o un cugino e si ripresenta ugualmente sul mercato modificando semplicemente una sigla nella propria indicazione di società, ma mantenendo lo stesso codice di attività economica ATECO, quindi, la stessa attività si trasforma solo riguardo ad una piccola parte di persone. Ciò comporta spesso che da un’inter­ dittiva ne discendano tre o quattro »: pag. 5 del resoconto stenografico dell’audizione svolta il 28 settembre 2020.

 

Il lavoro della prefettura in questo settore è pertanto estremamente complesso e difficoltoso, perché corre sul terreno rischioso delle « situa­ zioni indizianti », ove occorrono estrema accuratezza di analisi e coerenza logica di notevole spessore; è però un lavoro certamente irrinunciabile in quanto rappresenta la cosiddetta « frontiera avanzata » del contrasto alla criminalità organizzata, con il quale si tenta di incidere sui livelli più elevati e mimetizzati della stessa e di intervenire su quella fascia grigia di contiguità, che rappresenta il più efficace e insidioso strumento di infiltra­ zione nell’economia legale. Con l’ulteriore e inquietante difficoltà, segna­ lata alla Commissione dal prefetto (come anche dalla commissione di gestione straordinaria dell’azienda sanitaria provinciale relativamente al­ l’attività da essa svolta), di una attenzione mediatica non sempre limpida verso le attività della prefettura in materia di certificazione antimafia (43). La penultima relazione sull’attività della DIA consente di osservare come l’attività delle prefetture calabresi sul punto e di quella catanzarese, in particolare, sia estremamente consistente: sono stati emessi 154 prov­ vedimenti interdittivi (44) in Calabria e ben 25 nella sola provincia di Catanzaro nell’anno 2019, mentre nell’anno 2020, alla data della missione, la prefettura di Catanzaro aveva già emesso 23 provvedimenti in materia. La presenza di un così elevato numero di provvedimenti interdittivi se, per un verso, dimostra la grande attenzione e la significativa risposta delle istituzioni al fenomeno in esame è, per altro verso, l’indice chiaro e preoccupante di una pervasività e infiltrazione della criminalità organizzata da ritenersi certamente senza paragoni. Rilevante anche l’intervento delle autorità competenti sui patrimoni illecitamente acquisiti dalla criminalità organizzata, attuato mediante la proposta e l’adozione di provvedimenti penali o di prevenzione che hanno attinto numerose imprese e società operanti nei territori interessati dalla missione. Invero, nei numerosi procedimenti di prevenzione e in molti dei procedimenti penali sinora menzionati ma anche in altri di cui hanno riferito gli auditi alla Commissione, sono stati sequestrati e anche confiscati beni e attività economiche per svariati milioni di euro. Detti beni erano gestiti, a vario titolo e in vario modo, da componenti di cosche di ’ndrangheta, quasi sempre per il tramite di intestatari fittizi e impiegati quale mezzo per ottenere ulteriori profitti di natura illecita, anche attraverso il reinvestimento del ricavato delle attività dell’associazione o, più semplicemente, per ripulire quei proventi. Così, nell’ambito del procedimento penale scaturito dall’attività di indagine svolta dal Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Catanzaro, denominata « Orthrus », è stato accertato, tra l’altro, l’illecito controllo, con diverse modalità, da parte delle famiglie Iozzo-Chiefari, di imprese operanti nei settori dell’edilizia, movimento terra e del commercio all’ingrosso di legname, nonché il controllo di subappalti connessi con la realizzazione di opere pubbliche. Allo stesso modo, il questore di Catanzaro ha rappresentato l’impegno dell’ufficio da lui diretto in questo particolare settore specificamente osservato per la sua cruciale rilevanza, evidenziando come nel periodo antecedente lo svolgimento della missione fossero state avanzate, a firma congiunta con il procuratore della Repubblica, due proposte di applicazione di misure di prevenzione patrimoniali, oltre che personali. Al riguardo, ribadendo le difficoltà già evidenziate dal prefetto, ha riferito della stipulazione di un protocollo con la camera di commercio di Catanzaro che consente l’accesso ai sistemi informatici delle imprese con rapidità e con strumenti di analisi dei dati particolarmente progrediti, in modo da facilitare l’accertamento di spostamenti e movimentazioni di assetti societari, volti proprio a eludere e ostacolare eventuali indagini: « Adesso, i sistemi di controllo delle attività imprenditoriali sono molto più sofisticati e generalmente avvengono attraverso prestanome. Prima c’erano i parenti; adesso non vi si fa più ricorso perché la parentela di per sé è già un elemento di sospetto. E allora il lavoro diventa sempre più complicato, ma grazie alla professionalità e agli strumenti informatici che sempre più vengono utilizzati, cerchiamo di riuscire a capire, al di là delle apparenze della legalità, quello che c’è dietro e, se c’è qualcosa dietro, di intervenire con gli strumenti repressivi o preventivi » (45). Particolarmente intensa in questa direzione anche l’attività svolta dalla Guardia di finanza che, proprio il giorno dell’audizione, eseguiva un decreto emesso dalla sezione delle misure di prevenzione del tribunale di Catanzaro, che aveva disposto il sequestro di beni riferibili alla cosca degli Accorinti di Briatico (77 fabbricati, 16 terreni, quote sociali e relative aziende di 7 società operanti in vari settori commerciali, la locale squadra di calcio, quattro motonavi, 19 automezzi, 7 autobus, un lussuoso villaggio turistico, e anche un piccolo sommergibile), per un valore di 55 milioni di euro. Ancora una volta i dati numerici rivelano la presenza dello Stato e il suo intervento per avversare situazioni di illegalità, ma al tempo stesso dimostrano l’imponente inquinamento di interi settori economici e impren­ ditoriali ormai compiuto ad opera della ’ndrangheta e devono valere da monito circa la necessità di tenere sempre molto alto il livello di attenzione e di affinare e aggiornare costantemente quegli strumenti, investendovi risorse sempre maggiori e più qualificate, al fine di garantire una costante e adeguata presenza ed efficiente operatività delle istituzioni in quei territori. 2.5 Le infiltrazioni nell’economia e le proposte dei rappresentanti delle associazioni di categoria e dei sindacati Le due missioni hanno costituito occasione per l’audizione dei rap­ presentanti provinciali delle associazioni di categoria Confindustria, Confcommercio, Confagricoltura, del rappresentante regionale di Confapi, nonché dei rappresentanti regionali dei sindacati confederati: l’incontro ha rappre­ sentato una importante opportunità di confronto sul problema delle infil­ trazioni della ’ndrangheta nell’economia. Appare innanzitutto di estremo interesse quanto esposto sul tema delle informazioni antimafia. Il rappresentante di Confindustria ha sottolineato l’estrema importanza che, anche secondo il punto di vista della grande impresa, riveste tale strumento al fine di intercettare le immissioni dei flussi illeciti di denaro nell’economia e, più in generale, per individuare ed eliminare dal circuito legale le imprese contaminate, ostacolo pressoché insormontabile per la sopravvivenza di quelle che vogliono agire nel solco della legalità e che risultano penalizzate fino a non essere in grado di sostenere la concorrenza di chi dispone di mezzi e modalità di azione illeciti (« ...siamo fortemente convinti che il sistema dell’interdittiva antimafia sia l’unico strumento che possa bonificare l’ambiente, eliminare tutte quelle scorie e quei flussi finanziari di dubbia provenienza » (46)). In tal senso è stato rappresentato l’impegno sul territorio della loro associazione per una azione di sensibilizzazione, proprio al suo interno e fra le imprese associate, sul tema delle informazioni antimafia, ed è stato fatto presente l’estremo favore con cui è stato accolto lo strumento del controllo giudiziario previsto dall’articolo 34-bis del codice antimafia. È stata quindi messa in rilievo l’importanza dei controlli da parte delle prefetture, tramite anche gli accessi ai cantieri, sulle maestranze e sui beni strumentali delle imprese; è stata poi stigmatizzata la scelta operata nell’ultimo decreto-sicurezza di abbandonare l’opzione iniziale di indivi­ duare proprio le prefetture come destinatarie delle dichiarazioni di inizio di attività, ritenendosi essenziale l’effettuazione di controlli al momento della nascita di nuove attività economiche. In questo senso Confindustria ha proposto come utile strumento operativo un protocollo fra tutte le prefetture e le casse edili, che consenta di focalizzare l’attenzione e intensificare i controlli sulle imprese, appunto, che si pongono per la prima volta sul mercato e che siano in qualche modo collegate, con elementi di allarme, ad altri territori rispetto a quello ove l’attività viene avviata. Il confronto con Confindustria ha consentito di acquisire il punto di vista del mondo delle grande impresa anche sull’altro fondamentale stru­ mento amministrativo che si affianca a quello delle informazioni antimafia, quello cioè delle white list, ed è stata chiesta una riflessione attenta sul tema: ne è stata auspicata addirittura l’estensione al settore privato, segnalandosi il beneficio che ne trarrebbero le imprese che non hanno le risorse, o che comunque non intendono operare nel settore dei lavori e delle forniture pubblici, e che non hanno la possibilità di distinguere se coloro con i quali intendono entrare in rapporto contrattuale siano o meno soggetti economici « contaminati ».

 

È stato messo particolarmente in risalto il possibile vulnus costituito dai subappalti e il tema, correlato, dell’impiego di lavoro nero: « Nei temi che ho affrontato prima avrei voluto [...] evidenziare la necessità di una riflessione seria sull’istituto del subappalto [...] nelle commesse dove si appaltano lavori con ribassi elevati, andare a gestire il subappalto significa, per l’impresa, non solo sgravarsi di un onere economico, ma quasi mettere la polvere sotto il tappeto.

 

La grande impresa, dove non arriva perché non vuole sporcarsi le mani, trova chi, al posto suo, in qualche modo, riesce a portare avanti le commesse. Credo che questa sia quantomeno una con­ correnza sleale[...] Torno a ripetere, per dare la percezione del fenomeno, che le imprese che operano in un settore pubblico, che sono la minoranza in Italia, operano quanto meno in un regime di apparente legalità, nel senso che seguiamo alcuni processi regolamentati dalle polizze fideiussorie, dalla congruità per quanto riguarda i salari dal DURC, quindi seguiamo una serie di step, di ostacoli, che per forza l’impresa che si aggiudica all’appalto è direttamente obbligata a seguire. Il subappaltatore molte volte è una figura che si adopera nel giro di pochissimi anni e forse per questo è facile organizzarsi in poco tempo, perché qui ci sono aziende di prima e di seconda generazione che fanno fatica a portare avanti le commesse e a stare in piedi con le maestranze. A volte ci si chiede come mai alcuni soggetti, nel giro di cinque o sei anni, riescono ad avere capitali enormi ed entrare nei lavori dei mega lotti, come quello della strada statale 106 Jonica, come sulle autostrade, quando aziende che operano correttamente da tanto tempo non lo riescono più a fare. Questo, secondo me, un dubbio che ci dobbiamo porre, anche per rispondere alla domanda del Presidente. È molto più semplice eludere i contratti di lavoro o favorire il lavoro nero in un rapporto di subappalto perché poi, a cascata, automaticamente tutto diventa sempre più gestibile. Senza dubbio il lavoro nero cela dietro di sé dinamiche cui non riusciamo a stare dietro perché non le conosciamo... » (47). Anche il rappresentante di Confcommercio ha fatto presente nel corso della sua audizione il livello di grande attenzione posto da detta associa­ zione di categoria sul tema della legalità, con un’attività di diffusione particolarmente intensa nel mondo della scuola e con la collaborazione offerta alle Forze dell’ordine e alle istituzioni; ha poi sottolineato come venga svolta un’opera di costante sensibilizzazione fra gli associati per sollecitare la denuncia di eventuali condotte estorsive o di usura di cui siano vittime. È stato posto l’accento sul pericolo che, soprattutto approfittando dell’occasione offerta dall’emergenza determinata dall’epidemia da Covid19, la criminalità organizzata riesca ad assorbire le aziende sane o a sostituirle con quelle già a essa riconducibili. In tale direzione un rischio elevatissimo è rappresentato dalla liquidità che essa può offrire, anche praticando tassi usurari, a imprese in difficoltà che non hanno avuto la possibilità di accedere alle misure di sostegno approntate e ai finanziamenti che gli istituti bancari non hanno erogato.

E proprio con riferimento a tale ultimo tema, il rappresentante di Confcommercio ha ritenuto di dover attirare l’attenzione della Commis­ sione sul sistema di segnalazione della centrale rischi e della CRIF spa: « La nostra proposta, come Confcommercio potrebbe essere quella di rivedere e di rimodulare il sistema di segnalazione della CRIF e della centrale rischi: così come è non sta funzionando perché mette nelle condizioni i classici cattivi pagatori di continuare a esserlo non so per quanti anni e quindi di non avere la possibilità di accedere, soprattutto in un momento emergenziale come quello che stiamo vivendo, a dei sistemi e delle misure economiche che invece possono fare la differenza, soprattutto in territori difficili come quello calabrese » (48). Anche il rappresentante di Confagricoltura ha sottolineato le difficoltà di accesso al credito che caratterizzano da sempre le imprese che operano nel settore agricolo, non risolte se non in minima parte dalle forme di aiuto offerte da Mediocredito centrale e dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA); ha altresì manifestato la grande preoccupa­ zione che la crisi determinata dalla pandemia possa facilitare anche nel settore in questione fenomeni di infiltrazione: « La situazione ci preoccupa perché, seppur oggi non abbiamo dati effettivi sulla chiusura di un certo numero di aziende, la visione è molto negativa. Probabilmente la tenacia e l’atteggiamento degli agricoltori che, soprattutto al Sud, cercano di man­ tenere il più possibile la propria attività, potrebbero generare fenomeni di affiancamento che sarebbero sicuramente deleteri e negativi per l’intero settore e soprattutto per la crescita di una regione che vive molto di economia agricola, agro-rurale e soprattutto agroalimentare » (49). Il rappresentante regionale di Confapi ha a sua volta sottolineato come il tema delle infiltrazioni della criminalità organizzata si ponga in questo momento come un’emergenza con livelli di allarme ancor maggiori che in passato, in considerazione dell’entità dei flussi di denaro che proverranno dal Recovery Fund. Ha poi posto l’attenzione sulla materia dei protocolli di legalità, cui è stato conferito particolare rilievo con il decreto-legge 16 luglio 2020 n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 settembre 2020, n. 120, che ha inserito l’articolo 83-bis nel codice antimafia. In esso si prevedono proprio i protocolli o altre intese, comunque denominate, che il Ministero dell’interno può sottoscrivere per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di criminalità organizzata, anche allo scopo di estendere convenzionalmente il ricorso alla documentazione antimafia di cui all’ar­ ticolo 84. Ha però a tal proposito sottolineato che l’applicazione dei protocolli è risultata fino a ora poco incisiva: in molti casi, promossi a livello regionale dalle varie prefetture, sono rimasti soltanto un « elenco di buone intenzioni e di indicazioni normative » che non hanno trovato un riscontro operativo nei territori, anche per lo scarso coinvolgimento della rappresentanza delle imprese. Ha inoltre evidenziato la carente efficacia dei controlli sulla loro applicazione, non risultando adeguatamene operativi gli apparati ai quali dagli stessi protocolli sono attribuiti compiti di monitoraggio, che allo stato risultano essersi riuniti soltanto una volta. Ha poi brevemente esposto il contenuto di una proposta proveniente dalla confederazione da lui rappresentata, costituita dalla individuazione, al momento della stipula del protocollo, di un responsabile del protocollo di legalità sia per la parte pubblica (figura, questa, che dovrebbe raccordarsi al Gruppo interforze) che per la parte privata (figura, questa, che dovrebbe essere scelta tra soggetti, con specifica competenza, iscritti in un apposito albo e cui riconoscere la possibilità di accedere a informazioni « chiuse »). Il rappresentante di Confapi ha se­ gnalato l’opportunità della costituzione in prefettura di un organismo di sorveglianza sull’applicazione dei protocolli, che produca dei report di monitoraggio sull’applicazione effettiva degli impegni sottoscritti dalle associazioni datoriali; ha, inoltre, sollecitato la destinazione all’attività di contrasto alle infiltrazioni mafiose di una quota delle risorse di ciascun appalto. Ha quindi posto l’attenzione su uno dei settori che dovrebbero essere strategici per l’economia della Calabria, terra che possiede il più grande patrimonio boschivo d’Italia, preso di mira dalla criminalità organizzata. Confapi – ha precisato il suo rappresentante regionale – intende promuo­ vere un percorso di tracciabilità lineare e trasparente dell’intera filiera del legno, dal taglio fino al conferimento, e ha chiesto a tutte le prefetture delle cinque province calabresi la sottoscrizione di un addendum al protocollo già sottoscritto sulla sicurezza e legalità. Vorrebbe in tale direzione fornire un servizio di mappatura delle aree di produzione dei prodotti legnosi che consenta il collegamento tra il prodotto immesso sul mercato e le zone di produzione e che assicuri altresì il controllo quantitativo del materiale legnoso mediante il monitoraggio della correlazione tra i dati indicati « in uscita » da parte delle aziende produttrici di legname, con i dati dichiarati « in entrata » dalle centrali a biomasse: ne risulterebbe così ostacolata, se non addirittura impedita, l’azione di infiltrazione che in questo campo ha posto in essere la criminalità organizzata, che si è inserita in quella filiera con la conseguenza che l’industria boschiva è attualmente caratterizzata da tassi di contaminazione di estremo allarme. Di grande interesse anche quanto rappresentato alla Commissione dai rappresentanti regionali di CGIL, CISL e UIL. Oltre a ribadire in termini convergenti il problema della sanità, evidenziando come la stessa abbia eroso l’80 per cento delle risorse regionali (venendo più volte censurata dalla Corte dei conti che, inascoltata, ha sottolineato la illeggibilità del bilancio regionale), si sono soffermati sul sistema definito « perverso » degli accreditamenti delle aziende private evidenziando come esso rappresenti « il buco nero della sanità calabrese » e come in esso non siano assicurate ai lavoratori le garanzie retributive e contributive. Ancora, hanno posto l’accento sul gravissimo fenomeno delle infil­ trazioni criminali in tale settore, rilevando criticamente come agli sciogli­ menti degli enti non siano seguiti i necessari accertamenti delle responsa­ bilità individuali né la eliminazione dal mercato delle imprese che avevano tentato di truffare gli enti pubblici con il sistema delle doppie fatturazioni. Ad avviso degli auditi, la centralizzazione degli acquisti e la internalizza­ zione di alcuni servizi appaiono snodi non più rinviabili. Anticipando il problema che sarebbe divampato di lì a poco, è stata fatta presente la assenza di un « piano anti-Covid-19 » nella regione Calabria, l’inadeguatezza della gestione commissariale, nonché la situa­ zione di stallo (definito un vero e proprio « cortocircuito ») determinatasi, per cui sono rimaste bloccate e inutilizzate le ingenti risorse, indicate in ottanta milioni di euro, destinate alla Calabria per l’emergenza sanitaria. Con riguardo ai flussi di denaro che proverranno dal Recovery Fund, i rappresentanti dei sindacati confederati hanno proposto un sistema di tracciamento attraverso una banca dati degli utilizzatori e dei precettori, che consenta anche un controllo sociale sulla destinazione delle risorse europee. Si sono poi soffermati sul tema del caporalato, oltre che del mancato rispetto dei contratti collettivi e delle norme in materia di sicurezza sul lavoro in moltissimi settori (edilizia, agricoltura, grande distribuzione, accoglienza dei migranti), sottolineando quindi l’estrema importanza di un sistema di collocamento pubblico e di controlli, soprattutto nei lavori pubblici, effettuato anche attraverso un incrocio dei dati tra INPS, Istituto nazionale per l’assicu­ razione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e procure della Repubblica (51). Hanno concluso, quindi, affermando come un aumento della traspa­ renza e del controllo sociale risultino indispensabili per il contrasto all’infiltrazione della criminalità organizzata. 3. Il territorio di Vibo Valentia A Vibo Valentia, con le medesime finalità descritte in premessa, la Commissione ha proceduto all’audizione del prefetto, dei vertici di alcuni uffici giudiziari, delle rappresentanze dell’avvocatura e dei comandanti provinciali delle Forze dell’ordine.

 

La Commissione si è poi recata a Limbadi, presso la sede dell’Università della ricerca, della memoria e dell’impegno Rossella Casini, sita in un immobile confiscato a uno dei vertici della cosca Mancuso: in tale occasione è stato audito don Ennio Stamile, referente regionale dell’associazione Libera. È stato effettuato un sopralluogo presso il nuovo palazzo di giustizia di Vibo Valentia, edificio ancora in costruzione e sede, nella parte agibile, di alcuni degli uffici della procura della Repubblica e del tribunale. Infine, è stata effettuata una sosta presso l’ingresso della tenuta agricola di Maria Chindamo, imprenditrice agricola vittima di « lupara bianca »

 

    1. La situazione socio-economica

 

 

Seguendo il percorso tematico già svolto per illustrare le acquisizioni conseguite con la missione a Catanzaro, vanno innanzitutto premessi alcuni cenni in ordine alla situazione demografica e alle condizioni socioeconomiche della provincia di Vibo Valentia. Istituita nel 1992 ma effettivamente operativa dal 1995, essa si estende su un territorio di circa 1.500 km2 e comprende 50 comuni, tutti di piccole dimensioni. La popolazione complessiva è di circa 162.000 abitanti e solamente il capoluogo, Vibo Valentia, ha una popolazione superiore ai 10.000 abitanti; la gran parte dei comuni ha una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti e molti di essi non raggiungono i 1.000 residenti. Elevati, anche in questo territorio, il tasso di emigrazione soprattutto della parte più giovane della popolazione, e il fenomeno della dispersione scolastica. Secondo quanto riferito dal prefetto, appaiono negative le prospettive circa la permanenza delle scuole nei centri più piccoli, cui seguirà inesorabilmente l’eliminazione o, quantomeno, la riduzione dei servizi in essi ad oggi ancora esistenti. Trattasi di condizioni che costitui­ scono un tessuto favorevole per lo sviluppo della criminalità, soprattutto organizzata, rispetto alla quale la prima difesa è certamente apprestata dalla cultura e dalla scolarizzazione. Gli enti locali della provincia di Vibo Valentia sono afflitti da endemica carenza di personale e l’età media dei dipendenti è molto alta, mancando ogni forma di turn over. Molti di tali enti versano in situazione di dissesto (stato che caratterizzava anche il comune capoluogo e la provincia) o di predissesto. Ne consegue la carenza delle infrastrutture, soprattutto viarie: vi è una sola strada statale, interrotta in due punti per le alluvioni, la « trasversale delle Serre » è incompiuta e, in genere, è scarsa la manuten­ zione delle strade, proprio in ragione dello stato di dissesto della provincia. Il rappresentante del Governo ha sottolineato come trattasi di territorio molto fragile anche dal punto di vista idrogeologico e ha fatto presente di avere aggiornato il piano della protezione civile. Il tessuto imprenditoriale è costituito pressoché esclusivamente da microimprese, operanti tutte nei settori tradizionali dell’agricoltura, dell’al­ levamento, del turismo o della trasformazione alimentare, non avendo l’economia vibonese vocazione industriale. Peraltro, è indicativo della situazione dell’economia nel territorio il fatto che vi sia l’indice più elevato di cancellazioni e iscrizioni tra le micro imprese che vi operano. Secondo quanto si legge nella relazione del prefetto, Vibo Valentia risulta tra le province più povere d’Italia: si colloca stabilmente agli ultimi (52) La donna scomparve nel maggio 2016 mentre si trovava nella sua tenuta di Limbadi. Le recentissime dichiarazioni di un collaboratore di giustizia fanno ritenere di poter far luce sull’episodio, confermando quella che finora era rimasta una mera ipotesi investigativa: la donna, infatti, avrebbe rifiutato di cedere i suoi terreni al soggetto proprietario dei fondi confinanti, un pregiudicato vicino alla cosca di Limbadi, che avrebbe quindi ucciso la donna, facendola poi scomparire.

 

Il settore agricolo e quello turistico offrono, infatti, limitate opportunità di impiego in quanto la proprietà terriera è estrema­ mente parcellizzata e il turismo è quasi esclusivamente legato alla stagione estiva lungo la fascia costiera. L’attività edilizia, un tempo tra i settori più attivi dell’economia locale, è oggi in notevole crisi e recessione. L’altissima percentuale di disoccupazione e l’elevato tasso percentuale (pari al 35 per cento) di giovani che non studiano e non lavorano, rendono estremamente ampio il bacino cui la criminalità organizzata può attingere per reperire manovalanza e, più in generale, un sistema economico così povero e frammentato costituisce terreno fertile per il suo espandersi e operare. 3.2 Situazione dell’ordine pubblico e presenza della criminalità organizzata Il prefetto di Vibo Valentia ha segnalato le molteplici criticità del territorio, preoccupanti per la loro capacità di ingenerare tensioni sociali collettive e dunque di condizionare significativamente la situazione del­ l’ordine pubblico. Tra esse la chiusura definitiva della storica cementeria ITALCEMENTI (53), la paventata dismissione del sito di stoccaggio di prodotti petrolchimici ENI (motivata dalla necessità di delocalizzare i depositi costieri per l’elevato rischio idrogeologico), il dissesto finanziario di buona parte dei comuni della provincia e della stessa amministrazione provinciale, foriero di ripercussioni negative sia sulla già grave situazione occupazionale, sia sulla qualità dei servizi pubblici offerti alla cittadinanza e, infine, la non ottimale gestione degli impianti idrici della provincia e il cronico malfunzionamento delle strutture sanitarie. L’insieme delle audizioni ha chiarito, tuttavia, come la principale criticità sia rappresentata, nella provincia di Vibo Valentia come nella restante parte del territorio della regione, dalla presenza radicata, capillare e pervasiva della criminalità organizzata. Il procuratore della Repubblica, dopo essersi soffermato sulla allar­ mante diffusione dell’utilizzo di armi e su una recrudescenza di atti violenti, in particolare di omicidi e tentati omicidi dovuti a motivi futili e da ricondurre a situazioni di subcultura, ha sottolineato la forte incidenza della criminalità organizzata su tutti gli aspetti della vita sociale, economica e amministrativa del territorio. I sodalizi criminali di stampo ’ndranghetistico storicamente presenti nella città di Vibo Valentia e nella sua provincia si contraddistinguono, infatti, sia per l’impiego di strumenti di pressione di tipo collusivo e corruttivo miranti a condizionare le strutture amministrative, sia per la loro spiccata impostazione imprenditoriale, che si manifesta nella conduzione delle più svariate attività illecite e nella loro crescente infil­ trazione nelle attività economiche. (53) La cementeria, presente nella frazione Marina di Vibo Valentia rappresentava una significativa fonte di lavoro per il territorio, dando diretta occupazione ad 80 lavoratori, ai quali si aggiungevano i numerosi che ruotavano intorno all’indotto.

 

Assai numerose sono le attività investigative condotte nel tempo e sfociate in provvedimenti giudiziari che attestano, ormai da anni, l’esistenza di numerose strutture di ’ndrangheta sul territorio vibonese, con propaggini operative anche in altre località del territorio nazionale ed estero. È ormai accertato che la provincia di Vibo Valentia si trova sotto la consolidata egemonia della storica e potente famiglia dei Mancuso, che gestisce la locale di Limbadi, comune attualmente sciolto per le rilevate infiltrazioni mafiose. Il sodalizio ha carattere marcatamente familiare, ma risulta particolarmente insidioso e complesso da disvelare, in quanto è composto da numerosissimi affiliati, ovvero dagli undici figli dell’originario caposti­ pite e dai loro discendenti, oramai giunti fino alla quarta generazione: un universo criminale in passato afflitto da contrasti interni anche cruenti oggi apparentemente risolti con la scarcerazione di Luigi Mancuso (54). I Mancuso hanno acquisito una posizione di supremazia nella zona, interamente sottoposta al loro controllo grazie ad un patto di tipo federativo stipulato con le potenti cosche dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Pesce di Rosarno, con le quali hanno instaurato solide alleanze e mantengono costanti collegamenti, dando vita ad un centro unitario di potere e controllo, il cosiddetto « mandamento tirrenico », in grado di prevalere sui numerosi altri gruppi criminali operanti sul territorio.

 

Il sodalizio dei Mancuso, imponendosi unitamente a consorterie satellite sulle altre organizzazioni mafiose vibonesi ha, soprattutto, acquisito il pieno controllo delle attività economiche e imprenditoriali del territorio e di esse si serve per il compimento di buona parte delle attività criminali al centro dei loro interessi: consumano estorsioni in danno di imprenditori e commercianti (in particolare nei comuni di Tropea e Ricadi e, comunque, su tutto il litorale), praticano nei loro confronti prestiti ad usura e si avvalgono del loro operare per una imponente attività di riciclaggio. Il settore nel quale è massima l’ingerenza dei Mancuso, attraverso l’imposi­ zione di tangenti, forniture e guardianie è quello turistico-alberghiero, particolarmente sviluppato sul versante tirrenico con la presenza di villaggi e strutture ricettive. Il gruppo risulta, poi, sempre più presente con la sua forza di condizionamento nel settore degli appalti pubblici: forte del prestigio criminale acquisito, delle significative disponibilità finanziarie provento delle illecite attività svolte, di una leadership connotata da capacità affaristiche e di relazioni, la cosca è riuscita a promuovere i propri interessi, anche mediante l’aggiudicazione di subappalti, nei settori dell’e­ dilizia privata e pubblica e nel campo – estremamente redditizio per la previsione di finanziamenti regionali, statali ed europei – della cosiddetta energia pulita, segnatamente nella progettazione di parchi eolici e fotovol­ taici, nonché di impianti a biomasse. Per assicurare ulteriori e cospicue fonti di finanziamento e, nello stesso tempo, affermare il proprio potere crimi­ nale, la cosca mantiene costante la dedizione al traffico, spesso a carattere internazionale, di sostanze stupefacenti.

 

Negli ultimi anni si è in più occasioni potuta constatare la pericolosità della famiglia di Limbadi, che ha instaurato forti rapporti criminali con gruppi di livello nazionale e transnazionale (55) e che si caratterizza, soprattutto, per la capacità di infiltrazione, oltre che nel mondo imprendi­ toriale, negli apparati politico-amministrativi (v. infra par. 3.3). Nonostante il cospicuo numero di ’ndrine e locali che operano nel comprensorio di Vibo Valentia, l’egemonia della famiglia dei Mancuso rimane comunque insindacabile in un pericoloso gioco di alleanze e contrapposizioni ampiamente ricostruito dalle poderose indagini degli ul­ timi anni. Volendo passare in rassegna rapidamente e per grandi linee il pano­ rama criminale di quel territorio, specificamente rappresentato nelle rela­ zioni della Procura nazionale antimafia e della Direzione investigativa antimafia, va innanzitutto evidenziato come la locale di Limbadi eserciti la propria egemonia anche nei comuni costieri di Tropea e Briatico, a forte vocazione turistica, tramite, rispettivamente, le ’ndrine satellite dei La Rosa e dei Melluso, entrambe sottomesse alla potente cosca degli Accorinti (56), questi ultimi, appunto, federati ai Mancuso. Nella frazione di Vibo Marina operano i fratelli Vacatello, legati all’efferato boss Accorinti Giuseppe Antonio detto « Peppone », e soprat­ tutto il gruppo di Colace Nazzareno, quest’ultimo al servizio di uno dei più potenti esponenti della locale di Limbadi, cioè Mancuso Pantaleone detto « Scarpuni ». Dichiarata è invece l’insofferenza all’egemonia dei Mancuso da parte della locale di Piscopio, frazione del capoluogo: per acquisire il controllo (55) Assai numerose le inchieste che, nel passato, hanno riguardato i Mancuso: dalle più datate (nell’ottobre 2003, l’operazione di polizia « Dinasty -affari di famiglia »; l’anno successivo, l’operazione denominata « Decollo », che accertò un traffico internazionale di sostanze stupefa­ centi, condotto dai Mancuso insieme a esponenti della cosca Pesce di Rosarno; nel settembre 2006, l’operazione « ODISSEA », con l’arresto di 35 affiliati della cosca Mancuso e dei La Rosa di Tropea, accusati di associazione mafiosa, estorsione, usura e altro; nello stesso anno, la seconda fase dell’operazione « Dinasty 2 – Do ut des », con l’arresto di 16 persone e altre 29 indagate, alcune delle quali appartenenti ai Mancuso, in concorso a politici, imprenditori e magistrati, anche della Sezione civile del Tribunale di Vibo Valentia; nel 2009, Pantaleone Mancuso, classe 61, detto « Scarpuni » venne arrestato per estorsione aggravata con modalità mafiosa, in danno di alcuni imprenditori del vibonese, ma poi scarcerato il mese successivo; nel marzo 2013, il predetto venne nuovamente tratto in arresto, in esecuzione di un provvedimento restrittivo emesso dalla DDA di Catanzaro, perché ritenuto responsabile di cessione di armi e esplosivi, utilizzati per commettere due omicidi), alle più recenti (l’operazione « Overing » del marzo 2015, nella quale venne messa in luce una struttura internazionale, costituita anche da soggetti collegati ai Mancuso, dedita al traffico internazionale di cocaina nel sud America; l’operazione « Maq lub » del luglio 2019; l’operazione « Terra nostra » dell’ottobre 2019; l’operazione « Rinascita Scott » del dicembre 2019 e l’operazione « Petrolmafie Spa » dell’aprile 2021). (56) I componenti del gruppo degli Accorinti sono stati destinatari di ordinanza di custodia cautelare nel mese di aprile 2016 nell’ambito dell’operazione cosiddetta « Costa pulita » – procedimento penale n. 4344/10 del R.G.N.R (attualmente in fase di giudizio per coloro che hanno optato per il rito ordinario, e pervenuto a sentenza di condanna di primo grado del 30 luglio 2018 a carico di 30 dei 31 imputati che hanno scelto il rito abbreviato, che ha evidenziato come detto gruppo criminale, anche attraverso danneggiamenti compiuti in danno di esercenti e privati cittadini, aveva intesto assumere il controllo in regime di monopolio del business delle minicrociere, del trasporto marittimo verso le isole Eolie e di villaggi turistici della costa. Da segnalare che tra i soggetti condannati nel giudizio abbreviato vi è anche colui che all’epoca della richiesta di rinvio a giudizio ricopriva la carica di presidente della provincia di Vibo Valentia, già sindaco di Briatico, ritenuto responsabile del delitto di corruzione elettorale aggravato dal fine e metodo mafiosi.

 

Il gruppo, tramite alcuni affiliati, è attivo anche in Emilia Romagna e risulta strettamente legato alla cosca dei Tripodi, capeggiata dai fratelli Salvatore e Nicola Tripodi, egemone nella frazione di Portosalvo (59) e con ramifica­ zioni nel Lazio e in Lombardia. Nella città di Vibo Valentia risultano particolarmente attive la ’ndrina dei Lo Bianco-Barba, alleata dei Mancuso, la ’ndrina dei Camillò-PardeaRanisi e la ’ndrina dei Cassarola. Il comprensorio di Filandari, Ionadi e San Costantino Calabro è sottoposto, invece, al controllo della famiglia dei Soriano. In contrasto con questi ultimi, sono i due clan storicamente presenti e operanti nella zona delle pre-Serre, ossia le famiglie degli Emanuele, dei Vallelunga e, ancora, dei Bonavota (60) di Sant’Onofrio, a nord del capoluogo, questi ultimi particolarmente presenti in Piemonte e in Liguria; nella stessa zona è attiva anche la ’ndrina dei Loielo sostenuta dalla locale di Limbadi. La famiglia degli Anello, stanziata nella zona dell’Angitola all’estre­ mità nord della provincia, risulta anch’essa renitente al predominio della cosca dei Mancuso: gli Anello, oltre che nella zona di origine, tentano di espandere la loro influenza sul versante litoraneo del comune di Pizzo Calabro, a forte vocazione turistica, tramite la gestione delle guardianie e delle forniture di beni e servizi alle strutture turistico-ricettive, nonché tramite gestione del traffico di stupefacenti e delle estorsioni. Alquanto variegata è invece la situazione del centro cittadino di Pizzo Calabro, ove sono censiti diversi altri gruppi criminali, riconducibili a famiglie di altre zone (i Lo Bianco, i Bonavota). Va segnalata, ancora, la ’ndrina degli Stambé, operante nel comune di Gerocarne, i cui partecipi, mediante una articolata distribuzione di compiti e funzioni, agiscono anche in accordo con articolazioni operanti nella provincia di Asti. Nel comprensorio di Serra San Bruno è tutt’ora dominante la ’ndrina dei Vallelunga, detti « i viperari », il cui capo storico venne assassinato a (57) Nei confronti dei componenti di tale famiglia, la Polizia di Stato, a conclusione dell’operazione denominata « Rimpiazzo » – Procedimento penale n. 1588/10 R.G.N.R. della DDA Catanzaro, nell’aprile 2019 ha dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di Catanzaro nei confronti di 31 persone, indagate a vario titolo dei delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, danneggia­ mento, detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi, rapina, intestazione fittizia di beni: l’operazione ha consentito di ricostruire l’organigramma e le attività delittuose poste in essere tra il 2010 e il 2012 nel tentativo di contrastare il predominio della cosca Mancuso. (58) La operatività dei Patania di Stefanoconi è stata accertata con pronuncia di primo grado nel processo seguito all’operazione cosiddetto « Romanzo Criminale » – Procedimento penale n. 3682/13 R.G.N.R. DDA Catanzaro. (59) La cui operatività è stata accertata con sentenza definitiva nell’ambito del procedimento seguito all’operazione cosiddetta « Lybra ». (60) La cosca dei Bonavota è stata colpita nell’ambito dell’operazione cosiddetta « Conqui­ sta », Procedimento penale n. 7491/15 R.G.N.R. che portò all’arresto dei suoi reggenti, tra cui Bonavota Domenico, nei cui confronti è stato applicato il regime differenziato previsto dall’ar­ ticolo 41-bis ordinamento peniteniario.

 

Riace nel 2009, nell’ambito dello scontro con le ’ndrine confederate dei Ruga-Leuzzi-Gallace, noto come « nuova faida dei boschi ». Infine, nella zona di San Gregorio di Ippona, la locale di Limbadi esercita indirettamente la propria egemonia avvalendosi della potentissima cosca dei Fiarè-Razionale-Gasparro. Questo lungo elenco delle principali aggregazioni ’ndranghetiste che operano nella provincia di Vibo Valentia (così come quello prima esposto per la provincia di Catanzaro) dà contezza dell’estrema e singolare com­ plessità del mondo criminale che si agita nel territorio in questione, sede di una popolazione di soli 160.000 abitanti e, tuttavia, centro d’azione di numerose famiglie di ’ndrangheta aventi propaggini operative in diverse regioni italiane e anche all’estero. Un intreccio e groviglio di alleanze, contrapposizioni, faide, tramite le quali le cosche che ne sono protagoniste non soltanto mirano ad assumere il controllo di tutte le attività che su quel territorio si esercitano ma, partendo da quel territorio, intendono proiettare il loro tentacolare potere anche al di fuori dei confini regionali e nazionali, sulle zone e sulle attività ove si vanno estendendo. Per altro verso quella mappatura dà contezza dell’enorme e difficile sforzo investigativo e giudiziario che è stato com­ piuto e che deve continuare a compiersi senza cedimenti per avversare le attività delittuose e il predominio sul territorio che la ’ndrangheta pretende di esercitare incontrastata. 3.3 Le infiltrazioni nella pubblica amministrazione Come già rappresentato, anche le cosche operanti nella provincia di Vibo Valentia hanno quale principale elemento di forza la capacità di infiltrarsi nella pubblica amministrazione, deviandone l’azione verso il soddisfacimento degli interessi della criminalità organizzata. La disamina degli interventi ex articolo 143 del TUEL effettuati nella provincia vibonese conferma appieno tale assunto. Nell’agosto 2016 è stato decretato lo scioglimento del consiglio comunale di Tropea: il provvedimento era stato annullato dal TAR, ma successivamente ne venne confermata la legittimità dal Consiglio di Stato. A base della decisione amministrativa sono state poste le risultanze delle indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, dalle quali emergeva come alcuni accordi preelettorali decisivi per l’elezione del sindaco, fossero maturati alla presenza di soggetti riconducibili alla locale criminalità organizzata; era altresì emerso come una importante manife­ stazione del paese vedesse, tra i suoi principali promotori, un noto pregiudicato locale, gravato da precedenti per reati associativi e legato da rapporti di frequentazione all’assessore al turismo che, anche, aveva promosso la manifestazione sul piano pubblicitario. Era stato poi accertato come in occasione di eventi atmosferici eccezionali che avevano interessato il comune, il sindaco avesse conferito incarichi con la motivazione della « somma urgenza » ad alcune ditte riconducibili a soggetti appartenenti o, comunque, contigui alla locale criminalità organizzata. Nel novembre 2016 è stato disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Nicotera.

 

Gli accertamenti della commissione prefettizia avevano infatti rivelato l’esistenza di forti legami che, a diverso titolo, univano amministratori e dipendenti dell’ente a persone « controindicate » (in particolare a importanti esponenti della consorteria radicata nel terri­ torio) e che avevano prodotto uno sviamento dell’azione amministrativa anche e soprattutto a vantaggio dei sodalizi criminali. In particolare, era stato accertato l’uso estremamente disinvolto dello strumento della proroga per evitare di affrontare nuove gare, così come il ricorso alle procedure della somma urgenza e agli affidamenti diretti, al di fuori dei presupposti normativi e senza il rispetto delle regole fissate. In data 27 aprile 2018 è stato decretato lo scioglimento del consiglio comunale di Limbadi.

 

La commissione di accesso ha accertato come « l’uso distorto della cosa pubblica si sia concretizzato, nel tempo, nel favorire soggetti o imprese collegati direttamente o indirettamente ad ambienti controindicati per l’esistenza di una fitta ed intricata rete di cointeressenze, amicizie e frequentazioni, che lega alcuni amministratori ad esponenti delle locali consorterie criminali o a soggetti a esse contigui » evidenziandosi in particolare come alcuni dei componenti della compagine amministrativa avessero chiesto e goduto del sostegno elettorale di soggetti legati alla potente cosca radicata nel territorio e come l’attività amministrativa fosse stata caratterizzata dall’inosservanza delle disposizioni normative in materia di trasparenza e anticorruzione e di quella in materia di affidamento di lavori e servizi pubblici, con il ripetuto ricorso ad affidamenti diretti, a cottimi fiduciari e a proroghe di servizi, disposti in favore di imprese riconducibili al locale contesto criminale in carenza dei presupposti richiesti e in violazione della legislazione sulle informazioni antimafia. Il 7 maggio 2018 il decreto presidenziale di scioglimento previsto dall’articolo 143 del TUEL è stato adottato per il consiglio comunale di San Gregorio di Ippona.

 

Nella relazione ministeriale è stata stigmatizzata anche in questo caso la fitta rete di parentele e affinità tra diversi componenti degli organi elettivi e dell’apparato burocratico del comune (alcuni dei quali con pregiudizi penali) ed elementi riconducibili ai sodalizi egemoni sul terri­ torio (addirittura il sindaco risultava essere il proprietario dell’immobile utilizzato come propria abitazione da un personaggio di vertice della ’ndrina dominante); rapporti analoghi venivano riscontrati nei confronti di alcuni professionisti assegnatari di incarichi comunali. Erano state poi accertate gravi e reiterate irregolarità negli affidamenti diretti di lavori, servizi e forniture da cui avevano tratto vantaggio anche ditte vicine ad ambienti malavitosi, in quanto l’amministrazione comunale aveva omesso di svolgere accertamenti antimafia, cautela indispensabile a presidio della legalità in un territorio, quale quello del comune in questione, fortemente condizionato dalla presenza e dell’ingerenza della criminalità organizzata. L’11 maggio 2018 è stata la volta del Consiglio comunale di Briatico, anch’esso destinatario di decreto presidenziale di scioglimento. L’organo in questione era già stato oggetto di analogo provvedimento nel 2003 e poi nel 2012. Le indagini condotte nell’operazione « Costa pulita » dell’aprile Senato della Repubblica – 47 – Camera dei Deputati XVIII LEGISLATURA – DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI - DOC. XXIII, N. 19 2016 (61), avevano fatto emergere rapporti parentali e significative relazioni tra i componenti della compagine di governo dell’ente ed esponenti della criminalità organizzata; altresì evidenti erano risultati gli elementi di continuità tra l’amministrazione in carica e quelle già sciolte nelle due precedenti occasioni. L’indagine ispettiva svolta dalla commissione d’ac­*******incaricata dal prefetto aveva evidenziato l’uso distorto della cosa pubblica in favore di imprese collegate direttamente o indirettamente ad ambienti della criminalità organizzata (in particolare nel settore delle concessioni demaniali marittime e in quello dei rifiuti solidi urbani (62)), nonché l’esistenza di una fitta rete di amicizie, frequentazioni e cointeres­ senze che legava alcuni amministratori a esponenti della consorteria criminale tradizionalmente radicata nel territorio. La commissione aveva inoltre stigmatizzato il contesto ambientale in cui avevano avuto luogo le ultime consultazioni amministrative, che avevano visto competere una sola lista e che si erano concluse con l’elezione a sindaco di un soggetto indagato per il delitto di corruzione elettorale aggravato dal metodo mafioso, nei cui confronti era inoltre pendente il giudizio di incandidabilità ex articolo 143, comma 11, del TUEL, in relazione allo scioglimento intervenuto nel 2012. La continuità con le precedenti amministrazioni, sciolte per mafia, era altresì attestata dal fatto che due degli assessori in carica avevano rivestito il ruolo di Sindaco e quello di Presidente del Consiglio comunale, rispettivamente, nelle amministrazioni sciolte nel 2003 e nel 2012, nonché dal fatto che tre consiglieri avevano fatto parte anche delle pregresse consiliature. Il 28 febbraio 2020, infine, è stato disposto lo scioglimento del Consiglio comunale di Pizzo Calabro. Il provvedimento si è basato anche sulle risultanze dell’indagine condotta nel procedimento denominato « Ri­ nascita Scott », di cui a breve si dirà, nell’ambito del quale erano emersi rapporti tra amministratori e componenti dell’apparato burocratico comu­ nale ed esponenti della cosca Fiarè-Razionale-Gasparro, ed era stato messo in luce come, in più occasioni, l’azione amministrativa fosse stata piegata agli interessi della citata organizzazione criminale, venendo distolta dalle finalità pubbliche che avrebbe dovuto perseguire.

 

3.4 Le infiltrazioni nell’economia

 

Secondo quanto emerge dal rapporto dell’Autorità nazionale anticor­ ruzione sulle imprese destinatarie di interdittive antimafia, nel periodo 2014-2018 i provvedimenti emessi dalla prefettura di Vibo Valentia sono stati 139. Il numero, pur inferiore a quello delle misure interdittive disposte dal prefetto di Reggio Calabria nello stesso periodo (pari a 222), conduce Vibo Valentia al vertice della classifica nazionale ove rapportato in termini percentuali, al numero degli abitanti del territorio: il « tasso di mafiosità », (61) Procedimento penale n. 4344/2010 R.G.N.R. DDA. (62) La commissione aveva rilevato come l’ente, con reiterate proroghe, aveva consentito ad una società di svolgere ininterrottamente il servizio dal 2012 fin quando, solo nel 2016, il sindaco dovette prendere atto dell’esistenza a suo carico di un provvedimento interdittivo antimafia.

La situazione non sembra essere migliorata negli anni più recenti, atteso che sono state colpite da misure interdittive 30 imprese nel 2019 e altre 11 nei primi mesi del 2020. Il dato mostra l’importante risposta fornita dalle rappresentanze statali ad un fenomeno estremamente grave e diffuso, ma al tempo stesso, come già evidenziato per la provincia di Catanzaro, rende evidente la imponente pervasività della ’ndrangheta e la sua preoccupante capacità di resistere e rigenerarsi, avvicinando e ingerendosi in sempre nuove attività per conti­ nuare ad operare indisturbata nonostante il costante e qualificato impegno profuso dalle istituzioni. Particolarmente significativi in tal senso anche i numerosi provvedi­ menti giudiziari emessi sia in procedimenti penali che in procedimenti di prevenzione, per contrastare l’illecita accumulazione di patrimoni ritenuti riferibili ai diversi clan operanti nel vibonese. Merita di essere segnalato, tra i provvedimenti meno recenti, quello emesso nell’ambito dell’operazione cosiddetta « Costa pulita » (64), che ha fatto luce sugli interessi delle cosche dei Mancuso e degli Accorinti nel settore turistico-alberghiero della costa tirrenica (e in particolare nel tratto di costa del Tirreno meridionale nota come « Costa degli Dei », che si estende in provincia di Vibo Valentia, da Pizzo Calabro a Nicotera), conducendo nel 2016 al sequestro di somme giacenti su depositi e conti bancari, immobili, villaggi turistici e società recanti fittizie intestazioni e operanti nel settore delle minicrociere e dei trasporti con le isole Eolie. Tra i più recenti interventi giudiziari si segnalano i sequestri di ingenti patrimoni disposti nell’ambito dei procedimenti scaturiti dalle operazioni cosiddette « Terra Nostra », « Rinascita Scott » e « Imponimento » che hanno messo in luce, ancora una volta, le consolidate modalità di pene­ trazione dell’economia da parte delle organizzazioni ’ndranghetiste. Grazie alle indagini condotte nel procedimento « Terra Nostra », secondo quanto riferito anche dal comandante provinciale della Guardia di finanza, è stato aggredito il patrimonio di Giovanni Mancuso, detto « Billy », esponente di spicco dell’omonimo clan, oggetto di un sequestro del valore complessivo di oltre 20 milioni di euro (92 terreni, 16 fabbricati, di cui due capannoni industriali, 2 aziende agricole e diversi veicoli). Detto procedimento ha confermato una delle tradizionali vocazioni della famiglia Mancuso, quella cioè di impossessarsi di terreni altrui con violenza o minaccia o, anche, all’insaputa dei proprietari tramite false scritture private, per destinarli all’agricoltura o all’allevamento e beneficiare indebitamente dei contributi (63) Secondo i dati raccolti dall’ANAC per il periodo 2014-2018. (64) Procedimento penale n 4344/10 R.G.N.R. DDA Catanzaro nel quale, come prima esposto, è stata recentemente emessa all’esito di giudizio abbreviato sentenza di primo grado che ha confermato nella quasi totalità le ipotesi accusatorie sia in ordine alla responsabilità penali che in ordine alle misure patrimoniali.

 

 

I numerosissimi terreni venivano ovvia­ mente intestati a prestanome per eludere possibili misure patrimoniali e solo grazie ad una paziente e accurata attività investigativa è stato possibile individuarne gli effettivi titolari. Nell’impostazione accusatoria gli interessi della criminalità organizzata nella provincia di Vibo Valentia si erano incentrati, grazie al contributo di professionisti collusi e alle numerose intestazioni fittizie, in attività di riciclaggio o di reimpiego attuate attraverso operazioni di investimento nel settore immobiliare e di acquisizione, anche attraverso la partecipazione ad aste pubbliche, di immobili di pregio, di strutture turistico-alberghiere, bar, ristoranti e imprese operanti nel settore alimentare e della distribuzione, ma anche con l’accaparramento di terreni rurali per mezzo di attività estorsive.

 

Le mire economiche della famiglia Mancuso risultavano estese anche oltre i confini regionali e nazionali: a Roma era stata creata una rete di negozi operanti nel settore calzaturiero e aperta una fabbrica, attraverso un circuito societario facente capo a società di diritto britannico, controllate da articolazioni dell’associazione; in Puglia era stata acquistata una struttura turistico-albergheria in società con im­ prenditori lombardi in difficoltà economiche; nel Regno Unito e in Lus­ semburgo erano state create reti societarie necessarie a simulare operazioni commerciali per ripulire il denaro di provenienza delittuosa, successiva­ mente investito in imprese operanti nel territorio italiano. Si distingue, ancora, per l’immedesimazione tra mafia e imprenditoria che ne traspare, quanto emerso nel procedimento denominato « Imponi­ mento » del luglio 2020, che ha visto impegnate autorità giudiziarie e forze di polizia di Italia e Svizzera, nel quadro di un’organica ricostruzione di molteplici attività delittuose poste in essere, sul territorio nazionale ed estero, da diversi esponenti dell’organizzazione criminale facente capo alla cosca Anello-Fruci.

 

Oltre a provvedimenti restrittivi nei confronti di esponenti di tale ultima organizzazione criminale, sono stati disposti ed eseguiti sequestri di beni per 169 milioni di euro. Si è infatti accertato che tre noti villaggi turistici, tra i più grandi della Calabria, erano nella disponibilità della cosca predetta che avvalendosi della connivenza dei titolari, condizionava l’intera attività gestoria imponendosi, anche attraverso intimidazioni, a terzi fornitori; è risultato inoltre che anche l’effettuazione dei tagli boschivi nell’area delle Pre-Serre vibonesi e catanzaresi era sotto il controllo della citata famiglia di ’ndrangheta, al punto che i lavori venivano aggiudicati mediante un meccanismo di assegnazione a rotazione, solo tra imprenditori vicini alla cosca; infine, il settore del movimento terra e della fornitura di calcestruzzo era sottoposto al controllo dell’organizza­ zione e i lavori venivano aggiudicati in favore di imprese ad essa diretta­ mente riconducibili o comunque vicine e, quale evidente danno immediato conseguito alla situazione di illegalità, i materiali di risulta contenenti anche amianto e dunque estremamente nocivi e pericolosi, venivano impunemente sversati in aree naturalistiche protette. Ultima operazione da menzionare è quella convenzionalmente deno­ minata « Yellow submarine » che (ancora una volta dopo l’operazione « Costa pulita » del 2016) ha coinvolto appartenenti alla cosca degli Accorinti con provvedimenti ablativi che hanno riguardato, fra l’altro, il capitale sociale di 6 società, complessi aziendali di 9 società, 4 motonavi e un sommergibile utilizzati nel settore turistico, e finanche un’associazione calcistica sportiva. Estremamente allarmante e indicativo delle rilevanti ingerenze della criminalità organizzata nell’economia del territorio vibonese è anche quanto rappresentato nel corso della sua audizione dal comandante provinciale della Guardia di finanza, in merito al ridotto numero di segnalazioni di operazioni sospette inviate dai soggetti tenuti a provvedervi, a fronte dei rilevanti flussi di denaro accertati: oltre alla scarsa propensione degli intermediari finanziari è stata sottolineata la totale inesistenza di segnala­ zioni da parte di liberi professionisti (notai, commercialisti, consulenti del lavoro). Anche tale dato rivela l’ormai compiuta penetrazione della ’ndran­ gheta in tutti i gangli della società, tale da consentirle di contare su una vasta rete di coperture; la sua duratura efficienza è assicurata dalla paura, dalla connivenza o da forme di complicità e coinvolge le più svariate professionalità e anche quei soggetti che, per formazione e competenza, certamente possono comprendere e dovrebbero ostacolare fittizie intesta­ zioni di attività economiche e tutte quelle realtà illecite sottese alle molteplici e sempre più sofisticate operazioni di riciclaggio e reinvesti­ mento del denaro. 3.5 Il procedimento « Rinascita Scott » Il 19 dicembre 2019 la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha dato esecuzione a 334 provvedimenti applicativi di misure cautelari emessi, nei confronti di altrettanti indagati, nel procedimento penale n. 2239/14 R.G.N.R. L’imponente indagine, denominata « Rinascita Scott », ha fornito la più recente e completa fotografia della ’ndrangheta, rivelandone la struttura e il modo di operare e ha permesso di accertare come la locale dei Mancuso di Limbadi avesse acquisito un ruolo primario sull’intero territorio vibo­ nese, grazie anche ai collegamenti e alle alleanze con altre locali e ’ndrine della provincia. Quale indiscusso vertice dell’organizzazione è stato individuato in Luigi Mancuso, detto « il Supremo », al quale deve essere attribuita l’enorme espansione del potere della famiglia, conseguenza dell’attuazione di un ambizioso e importante progetto criminale avviato, all’indomani della sua scarcerazione nell’anno 2012, dal capo dei Mancuso.

 

Oltre a comporre e sanare le profonde spaccature esistenti all’interno della famiglia, egli aveva mirato ad una riconciliazione con tutte le ’ndrine operanti nel territorio di Vibo Valentia, giungendo così a rinsaldare i rapporti con le storiche ’ndrine satellite dei Mancuso, i Lo Barba-Bianco, i La Rosa, gli Accorinti, ma anche a stringere rapporti con le più importanti cosche del territorio quali i Fiarè-Razionale-Gasparro e a superare i contrasti storica­ mente esistenti con sodalizi altrettanto pericolosi e potenti, come quello dei Bonavota.

 

Le importanti acquisizioni raccolte nel corso delle indagini hanno rivelato, come già accennato, un dato fondamentale per la comprensione del modo di operare della ’ndrangheta. Pur vantando una sostanziale indipen­ denza operativa, la locale di Limbadi, come ogni altra locale di ’ndran­ gheta, manteneva una dipendenza formale dal « Crimine di Polsi », organo di raccordo ultra-provinciale tenuto da un lato a garantire il perseguimento degli interessi degli associati e dall’altro a impedire la proliferazione indiscriminata e non ortodossa di cellule, di cariche (le cosiddette « doti ») o di riti alternativi, che poteva recare un grave nocumento alla sicurezza delle informazioni. La locale di Limbadi operava invece quale presidio nelle aree d’interesse, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, da intendersi nella accezione più ampia, comprensiva di economia, società civile, organi amministrativi e territoriali. Oltre ai reati associativi, numerosissimi sono i reati-fine contestati nel procedimento in esame, che ricalcano l’intero catalogo dei delitti tradizio­ nalmente ascritti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso e che ne costituiscono gli essenziali strumenti di azione per raggiungere obiettivi di potere e lucro: estorsioni, tentate e consumate, usura, abusiva attività finanziaria, truffe aggravate, intestazioni fittizie di beni, turbative d’asta, reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, ricettazioni, riciclaggio, corruzione elettorale, omicidi e tentati omicidi. Di estremo rilievo e vera forza della locale dei Mancuso, come ben evidenziato nell’ordinanza emessa dal GIP di Catanzaro, è il rapporto tra l’organizzazione criminale e il mondo imprenditoriale e la sua ormai compiuta penetrazione nel settore della amministrazione pubblica, dinami­ che tipiche della ’ndrangheta che i Mancuso avevano saputo attuare con estrema sapienza. Secondo l’impostazione accusatoria vi erano vere e proprie imprese mafiose operanti per la realizzazione del medesimo programma criminoso della consorteria ’ndranghetista, in ragione di una assoluta condivisione di progetti e dinamiche operative e dunque con totale sovrapposizione di interessi e azioni; vi erano poi altre imprese caratterizzate da un forte legame di collusione, grazie al quale avevano instaurato con la cosca un rapporto mirante a reciproci vantaggi, consistenti per l’imprenditore nel­ l’imporsi sul territorio in posizione dominante e, per l’organizzazione mafiosa nell’ottenere risorse per i suoi illeciti fini, nell’acquisire il controllo di servizi e, comunque, nell’accrescere il suo predominio nella zona. Nell’ordinanza medesima, confermata nella fase cautelare, emerge altresì con evidenza come la cosca dei Mancuso avesse instaurato molteplici e pericolosi rapporti con svariati professionisti, con faccendieri e con pubblici dipendenti. A costoro è stato quasi sempre contestato anche il delitto di partecipazione all’associazione di tipo mafioso o quello di concorso esterno nella stessa, avendo operato, pur con modalità diversificate, con funzione di raccordo e di agevolazione dell’organizzazione criminale nell’azione di infiltrazione dell’economia e della società civile, e fornito un importante e a volte stabile contributo alla sua esistenza e operatività. Grazie ad alcune di tali professionalità sono stati, infatti, impiegati meccanismi sempre più sofisticati di riciclaggio che, anche per mezzo di fittizie intestazioni, hanno reso estremamente difficile l’individuazione dei patrimoni illeciti e innal­ zato le garanzie di conservazione dei profitti del sodalizio criminale.

 

Altre di queste figure di congiunzione, ricoprenti incarichi amministrativi o politici, hanno assicurato o comunque agevolato la distorsione delle pub­ bliche funzioni in favore degli interessi dell’associazione che, per parte sua, ha offerto loro il suo sostegno elettorale. Altre ancora, hanno consentito di mettere in relazione la ’ndrangheta con i circuiti bancari, con società straniere, con il mondo delle università e con diverse istituzioni. Infine, in osservanza dei tradizionali paradigmi della ’ndrangheta, tra questi soggetti intermedi strettamente legati al sodalizio vi erano anche appartenenti alle Forze dell’ordine o soggetti incardinati in uffici giudiziari, che hanno svolto funzione di informazione e aiuto all’organizzazione rispetto alle investiga­ zioni, assicurando il permanere in vita dell’organizzazione nonostante le importanti iniziative degli investigatori e anzi favorendone, con la dimo­ strazione della sua inesorabile persistenza, il suo rafforzamento. Sia il procuratore di Catanzaro che il procuratore di Vibo Valentia, nel corso delle rispettive audizioni, hanno rimarcato come nei territori in questione sia assai rilevante l’influenza di una parte della massoneria, il cui legame con la ’ndrangheta è già emerso in diversi procedimenti penali (65). A tal proposito, si rileva come nel procedimento « Rinascita Scott » ad un noto professionista ed ex deputato, risultato essere accreditato nei circuiti della massoneria più potente, è stato attribuito, fra le altre contestazioni mosse, il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la tesi accusatoria egli avrebbe messo a disposizione delle cosche dei Mancuso e dei Razionale-Fiarè-Gasparro di San Gregorio di Ippona, il suo rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e delle professioni, non solo per acquisire informazioni riservate tali da consentire agli espo­ nenti della associazione di operare in condizioni di sicurezza e avvedutezza, ma anche per favorirne lo sviluppo economico-imprenditoriale, accrescen­ done enormemente il prestigio criminale. Il procedimento è, ancora oggi, in corso di trattazione; nei confronti degli imputati che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato è stata emessa sentenza di primo grado in data 6 novembre 2021 (66). 4. L’impegno della società civile « Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e miste­ riosa mafia svanirà come un incubo ».

 

L’affermazione è stata pronunciata ormai molti anni addietro dal giudice Paolo Borsellino, uomo che aveva una profonda e nitida conoscenza dell’organizzazione mafiosa siciliana e della ragione della sua forza ed esistenza. Essa è del tutto attuale ed è appieno riferibile, come nella consapevolezza di tutti gli auditi, anche alla omologa organizzazione calabrese. (65) Tra essi, oltre alla nota e già citata operazione denominata « Mammasantissima », va menzionato tra i più recenti, il procedimento denominato « Eyphèmos » condotto dalla DDA di Reggio Calabria, nel quale è emerso come pezzi della massoneria deviata fossero a disposizione della cosca Alvaro della ’ndrangheta per il riciclaggio del denaro. (66) Il giudizio abbreviato si è concluso con 70 condanne e 19 assoluzioni.

 

La ’ndrangheta non è un fenomeno da osservare o da combattere esclusivamente dall’esterno, traendo in arresto i suoi vertici o i soggetti che la compongono o le forniscono ausilio e appoggio, sequestrandole i beni, le armi e i patrimoni illeciti, impedendo l’operatività delle imprese di cui dispone e assicurando un capillare controllo del territorio. Tutto questo, come dimostrato dall’analisi sinora operata, non è sufficiente, in quanto la ’ndrangheta è ormai profondamente radicata in tutti i settori della vita sociale e si alimenta e trae la sua forza, non solo e non tanto dal contributo dei suoi accoliti o dalle capacità dei suoi capi, ma anche e soprattutto dal prestigio sociale ed economico che ha ormai acquisito, dal consenso diffuso nella popolazione più povera che in essa vede una prospettiva di lavoro e speranza di miglioramento, dal timore che oramai incute pur senza compiere violenza e che conduce all’omertà, un silenzio assordante fatto di paura e a volte di complicità e che le consente di continuare, indisturbata, ad operare. Combattere la ’ndrangheta significa privarla del suo prestigio, della sua forza di intimidazione e soprattutto di quel consenso, costruendo una adeguata base sociale attraverso un profondo e rinnovato processo di formazione ed educazione. Agire sulla formazione delle coscienze, educare alla legalità e alla cittadinanza attiva, stimolando i giovani e la società tutta ad essere agenti di cambiamento e promotori della legalità e della coscienza civile, è uno dei principali obbiettivi da raggiungere e fondamentale è il contributo in tale direzione che deve essere dato dalla scuola di oggi e dalle istituzioni nel loro complesso. L’imprescindibile ruolo ricoperto dal mondo dell’istruzione è stato ricordato anche da don Ennio Stamile, referente regionale per la Calabria dell’associazione Libera, audito da questa Commissione in occasione della missione svolta a Catanzaro.

 

Lo stesso, nel suo intervento, ha ricordato l’attività della citata associazione, che opera da oltre 25 anni su quel territorio, cercando di garantire vicinanza e sostegno a tutte le persone che soffrono per via dell’oppressione mafiosa e, in modo particolare, agli imprenditori e ai familiari delle vittime innocenti, buona parte delle quali è ancora in attesa di giustizia. Anche Giuseppe Borrello, responsabile della medesima associazione per la provincia di Vibo Valentia, ha voluto raccontare alla Commissione quanto accaduto in quella città ad opera della « società civile », ossia la imponente manifestazione del 24 dicembre 2019 all’indomani dell’opera­ zione « Rinascita Scott ».

 

L’audito ha ricordato come fosse forte la necessità « di creare un momento importante, quindi abbiamo organizzato l’iniziativa in pochissime ore e in qualche modo la comunità vibonese si è ripresa, ha ricostruito i propri pezzi. Siamo partiti da questo luogo simbolico e importante – la cattedrale di Vibo – per poi fare una prima sosta presso la Procura, dove ad attenderci c’era il procuratore. Poi ci siamo fermati in prefettura, dove ad attenderci c’era invece il prefetto con tutti i vertici delle forze dell’ordine, e infine la manifestazione è culminata in un grandissimo abbraccio e applauso sotto il comando provinciale dei Carabinieri.....Ab­ biamo sentito forte la necessità di meglio radicare il senso che ha animato l’iniziativa del 24 dicembre nelle scuole e infatti, nei mesi successivi, per quanto ci è stato possibile a gennaio e febbraio, abbiamo organizzato diverse iniziative con le scolaresche del vibonese per meglio approfondire gli stati d’animo, la forte emozione che abbiamo vissuto quel giorno. Poi, ovviamente, l’emergenza sanitaria ha preso il sopravvento e si è bloccato tutto. È stata una conferma della forte presenza dello Stato nel territorio di Vibo e di una grande sinergia tra le forze dell’ordine ». Molto chiaro, all’esito delle audizioni, come l’impegno antimafia non possa essere un fatto estemporaneo, un insieme spurio di avamposti isolati, ma debba ergersi come un fronte compatto, determinato e comune, un mezzo per contribuire a cambiare il nostro modo di essere cittadini, cancellando tutti quei comportamenti, individuali e collettivi, che danno ossigeno alle forze dell’antistato e alimentano il sistema dell’illegalità.

 

Nelle loro audizioni, i rappresentanti degli uffici giudiziari si sono soffermati nel delineare la situazione del distretto di Catanzaro, con specifico riferimento al circondario di Catanzaro e a quello di Vibo Valentia, per richiamare l’attenzione sulle risorse a disposizione di tali uffici rispetto ai fenomeni criminali che affliggono i territori visitati dalla Commissione. Oltre alla documentazione prodotta dagli auditi, al fine di valutare con completezza la congruità degli apparati giudiziari di quelle aree sul piano delle risorse umane e delle strutture esistenti, sono state acquisite presso gli uffici giudicanti e requirenti di primo e secondo grado le relazioni dei rispettivi dirigenti (corredate della documentazione relativa sia alla pianta organica che ai prospetti sui flussi del quadriennio 2016-2020) e si è approfondita, anche con una visita della Commissione, la singolare vicenda del nuovo palazzo di giustizia di Vibo Valentia (67). L’edificio, ancora incompiuto e agibile per una minima parte, ospita solamente la sezione del lavoro, il Consiglio dell’ordine degli avvocati, l’Ufficio notifiche esecuzione protesti (UNEP) e gli uffici del giudice di pace, mentre tutti gli altri uffici (68) sono tuttora allocati presso la vecchia sede. Secondo quanto riferito dal presidente del tribunale, deve essere ancora realizzato il 20 per cento delle opere previste nella contrattazione originaria. Il dato fornito tuttavia non è sufficientemente indicativo, atteso che la presenza di infiltrazioni d’acqua ha posto la necessità della appro­ vazione di una variante in corso d’opera e che anche le parti già realizzate, allo stato, non più utilizzabili, necessitano di lavori di revisione e recupero. Effettivamente, il sopralluogo compiuto dalla Commissione ha con­ sentito di constatare lo stato di deterioramento in cui versa l’edificio.

 

Tale complesso giudiziario è ubicato su un’area estesa per circa 16.000 mq ed è costituito da 5 corpi di fabbrica indipendenti, sviluppati per quattro piani fuori terra e un piano seminterrato: trattasi di una costruzione imponente i cui lavori vennero iniziati negli anni ’90 e, dopo essere stati protratti per più di un ventennio, sono stati bloccati a causa di infiltrazioni d’acqua e del mancato funzionamento degli impianti di climatizzazione. (68)

 

La presidenza del tribunale, la dirigenza amministrativa, le sezioni penali, la sezione GIP/GUP, le sezioni del contenzioso civile e della volontaria giurisdizione, la sezione fallimentare, la sezione delle esecuzioni, nonché la procura della Repubblica. La complessa struttura comprende anche un’aula bunker, ma al momento anch’essa è inagibile e, a causa della indisponibilità di una idonea e adeguata aula, l’udienza preliminare del procedimento « Rinascita Scott », si è dovuta tenere per diverse udienze presso l’aula bunker di RomaRebibbia. La centralità del procedimento e la complessità di molti altri aperti nel circondario di Vibo Valentia hanno imposto l’acquisizione in locazione dalla regione, di un apposito edificio a Lamezia Terme sul quale, solo di recente, sono stati ultimati i lavori di allestimento necessari per il suo utilizzo. Nella sua relazione sull’amministrazione della giustizia per l’inaugu­ razione dell’anno giudiziario 2020, il presidente della corte d’appello di Catanzaro ha ricostruito, con precise indicazioni numeriche, le dinamiche delle aggregazioni ’ndranghetiste sia nel territorio d’origine che nella loro proiezione nazionale e internazionale (69), dando conto della dimensione del fenomeno criminale nel distretto d’interesse e del conseguente ingente impegno degli uffici giudiziari. Nel periodo preso in esame (anno 2019), nel distretto di Catanzaro per il solo delitto di associazione mafiosa (articolo 416-bis del codice penale), sono stati iscritti 282 procedimenti a carico di persone identificate (per un totale di circa 1.000 indagati) e 175 procedimenti a carico di persone non identificate. È stato registrato, del pari, un forte incremento delle iscrizioni per il delitto di estorsione, che registrano ben 218 sopravvenienze nell’anno 2019, a fronte dei 163 procedimenti penali iscritti per il medesimo reato nell’anno precedente. Stabili sono state, invece, le iscrizioni per il delitto di cui all’articolo 74 decreto del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 (associazione finalizzata al traffico delle sostanze stupefacenti): sono stati iscritti 33 procedimenti, solamente uno in meno rispetto a quelli iscritti nell’anno precedente. Alla data del 30 giugno 2019 la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro registrava la pendenza di 502 procedimenti nei confronti di soggetti identificati (con un decremento di 20 procedimenti rispetto al 30 giungo 2018) e di 271 procedimenti a carico di ignoti. Nel periodo 1 luglio 2018 – 30 giugno 2019 erano state celebrate complessivamente circa 1.187 udienze per procedimenti di criminalità organizzata.

 

A fronte dei dati numerici riportati (70), i vertici degli uffici giudiziari hanno evidenziato gravi carenze di copertura delle piante organiche in quasi tutti i tribunali del distretto, attribuendone le cause al « fenomeno, ormai endemico, degli avvicendamenti per gruppi di magistrati in trasferimento », ossia di magistrati nominati con il medesimo decreto ministeriale che alla (69) Vi si legge che, da ultimo, il Ministero dell’interno ha censito in Calabria ben 160 associazioni criminali di stampo mafioso, per un numero di 4.389 affiliati di cui 2.086 presenti nel distretto di Reggio Calabria e 2.303 in quello di Catanzaro. Ad esse devono aggiungersi 25 locali in Lombardia, 13 in Piemonte, 4 in Liguria ed 1 in Valle d’Aosta oltre a quelle già oggetto di accertamento giudiziale in Emilia e nel centro Italia. (70) Ad essi devono aggiungersi, ai fini della valutazione dei complessivi carichi di lavoro degli uffici in esame, anche i dati relativi agli affari penali diversi da quelli afferenti la criminalità organizzata, riportati nell’intervento del procuratore generale facente funzioni nella medesima occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2020. Il presidente della corte d’appello ha sottolineato che « le scoperture di organico sono endemiche dal punto di vista quantitativo: il saldo è negativo in quanto al numero dei magistrati assegnati, prevalentemente MOT in prima destinazione, corri­ sponde in simmetrica seppur diseguale per difetto, la destinazione di magistrati trasferiti ad altre sedi; il risultato è un movimento migratorio costante in uscita con entrate costituite da Magistrati Ordinari di prima destinazione che, per vincoli ordinamentali, non possono svolgere funzioni di GIP/GUP » (71). Ciò determina, ciclicamente, la perdita delle professio­ nalità maturate e una significativa difficoltà nell’organizzazione degli uffici giudiziari, oltre a consistenti ritardi sui tempi di definizione dei procedi­ menti, che si allungano mediamente di circa 12/14 mesi, con conseguenze sui costi (anche per le previsioni della legge Pinto) e, nel processo penale, anche sul decorso dei termini di prescrizione (72). Il distretto di Catanzaro si caratterizza per un elevato indice di avvicendamento dei giudici, pari al 15 per cento annuo: tale « diaspora giudiziaria » e il conseguente, incessante, cambiamento dei magistrati presenti, impone continui interventi di tipo organizzativo e rende di difficile attuazione ogni progetto tabellare o piano di gestione. Eloquenti gli indici di scopertura nei tribunali del distretto: Catanzaro pari al 26 per cento (con criticità particolarmente allarmanti negli uffici GIP/GUP e del riesame, che hanno competenza per i reati di criminalità organizzata commessi sull’intero distretto), Castrovillari pari al 40 per cento, Cosenza pari all’11 per cento, Crotone pari al 5 per cento, Lamezia Terme al 16 per cento, Paola al 46 per cento e Vibo Valentia pari al 12 per cento. Tale dato è ancor più preoccupante ove si consideri l’elevata presenza di organizzazioni criminali che caratterizza l’intero distretto (73). A prescin­ dere dalle scoperture il presidente della corte ha, infatti, ribadito che le piante organiche di tutti gli uffici del distretto, requirenti e giudicanti, nonostante gli incrementi di recente disposti sono ad oggi fortemente inadeguate per numero di magistrati e di personale amministrativo. Grave è soprattutto la carenza di questi ultimi: a fronte di un dato nazionale medio del rapporto magistrati/addetti pari a 3,45 per i tribunali e a 2,54 per le corti d’appello, il distretto di Catanzaro presenta un rapporto medio, per i tribunali, tra 1,50 e 2 e per la corte d’appello, pari a 1,59. La criticità risulta accentuata, oltre che dalle scoperture dell’organico, dalla cessazione della convenzione con la regione Calabria che, destinando agli (71) Cfr. relazione anno giudiziario citata. (72) Oltre alle difficoltà organizzative per la copertura dell’ufficio GIP/GUP, al quale non possono essere destinati magistrati di prima nomina, i ciclici mutamenti dei magistrati nel settore penale comportano inevitabili ritardi nella definizione dei processi e le carenze di organico possono rendere estremamente complicata la formazione dei collegi giudicanti, atteso il rischio di incompatibilità per i giudici chiamati a svolgere plurime funzioni. (73) L’indice delle organizzazioni criminali presenti sul territorio (IOC), elaborato da Eurispes su base provinciale risulta assai elevato in tutti i tribunali e in particolare per quello di Vibo Valentia, ove esso è pari a 65,3 (Catanzaro ha un IOC di 55,3; Crotone di 58,4; Cosenza di 47,3), su una media nazionale pari a 29,1. uffici giudiziari dell’intera regione 650 percettori di assegno in deroga o disoccupati, aveva significativamente favorito lo smaltimento del notevole carico di lavoro delle cancellerie. I rappresentanti dell’avvocatura hanno rappresentato le medesime criticità evidenziate dai capi degli uffici giudiziari, sia nella relazione svolta in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2020, sia nel corso dell’audizione (74), auspicando un confronto leale e una maggiore collaborazione con la locale magistratura per riacquistare credibilità e autorevolezza nei confronti della società civile. 5.1 Corte d’appello di Catanzaro – Procura generale della Repubblica presso la corte d’appello di Catanzaro Il presidente della corte d’appello di Catanzaro ha rimarcato lo straordinario impegno dei presidenti di sezione e dei consiglieri che, pur avendo dovuto supplire alle vacanze createsi a seguito dei trasferimenti ad altri uffici, hanno prodotto « lusinghieri risultati » sia nel settore civile che nel settore penale, dove in particolare, nell’anno 2019, è stata più che dimezzata la pendenza iniziale (7.105 processi pendenti, 3.218 sopravve­ nuti, pendenti finali 4.362). Il dato appare ancor più rilevante dal punto di vista qualitativo, laddove si consideri l’affluenza costante di processi di criminalità organizzata, definiti « maxi processi » sulla base del numero di imputati e di capi di imputazione, incidenti sulle attività delle singole sezioni. La pianta organica della corte d’appello (75) prevede oltre al presidente della corte, 6 presidenti di sezione (solo 5 sono presenti) e un presidente della sezione lavoro. Erano presenti, al momento della missione, 27 consiglieri a fronte dei 32 previsti in pianta organica, mentre completa era la copertura della sezione lavoro (5) e del magistrato distrettuale (previsto in una unità). Il recente decreto ministeriale 14 settembre 2020 ha implementato l’organico di 3 unità. I giudici ausiliari presentavano una vacanza pari a 2 unità sulle 15 previste in pianta organica. Alla data della missione la procura generale risultava priva del procuratore generale e risultava vacante il posto di magistrato distrettuale. L’avvocato generale nella relazione inviata a questa commissione (76) ha ribadito quanto dichiarato in sede di audizione circa le difficoltà operative dell’ufficio a causa del mancato incremento di organico, nono­ stante le numerose richieste di implementazione. Ha osservato che l’ufficio da lui diretto si attestava già sotto la soglia della media nazionale nel rapporto percentuale tra magistrati della corte e magistrati della procura generale (pari ad un sostituto ogni due consiglieri assegnati agli affari penali); tale rapporto percentuale risulta ulteriormente ridotto in ragione (74) V. resoconto stenografico delle audizioni del presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Vibo Valentia e del presidente della Camera penale di Catanzaro svolte in data 19 ottobre 2020. (75) degli aumenti di organico della corte d’appello nella misura di 3 unità disposti con il decreto ministeriale citato. L’avvocato generale ha poi evidenziato il disallineamento in negativo anche rispetto alle piante orga­ niche degli uffici requirenti di primo grado del distretto, che sono state implementate sia nel 2016, sia con l’ultimo decreto del 14 settembre 2020.

 

5.2 Tribunale di Catanzaro e procura della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro Il tribunale in questione, come è dato osservare dai prospetti statistici relativi al quadriennio 2016-2020, è interessato da notevoli flussi di lavoro, rilevanti sia per il profilo qualitativo della natura delle vicende oggetto dei procedimenti, sia per il numero degli imputati e delle contestazioni mosse. Il presidente del tribunale di Catanzaro, audito recentemente dalla Commissione (77), ha posto in rilievo la situazione di estrema criticità che caratterizza l’ufficio da lui diretto: trattasi di un tribunale con competenza distrettuale su un ampio territorio, composto da ben 4 province (di fatto i due terzi dell’intera estensione della regione Calabria) e in cui operano 6 tribunali – Castrovillari, Cosenza, Crotone, Lamezia Terme, Paola e Vibo Valentia – oltre quello di Catanzaro. Ha messo in particolare in evidenza come l’organico del tribunale sia composto da 53 giudici e si riveli già insufficiente in considerazione dell’amplissima competenza distrettuale. Ha soprattutto sottolineato come la situazione sia però particolarmente allarmante in considerazione del fatto che l’organico presenta attualmente ben 11 scoperture, destinate verosimil­ mente a incrementarsi fino a giungere a 20, atteso che recentemente 9 magistrati hanno presentato richiesta di trasferimento ad altri uffici. Il presidente ha evidenziato i massicci carichi di lavoro della sezione GIP-GUP sulla quale si riversano i procedimenti di criminalità organizzata dell’intero distretto, provenienti dalla « incessante, puntuale, e approfondita attività del locale Ufficio distrettuale di Procura »: oltre al procedimento « Rinascita Scott » (nel quale la procura aveva avanzato richiesta di misure cautelari per la totalità degli imputati, poi accolta per 334 di essi), recentemente definito nella tranche svoltasi nelle forme del giudizio abbreviato che ha riguardato quasi cento imputati, sono stati trattati da detto ufficio anche i procedimenti cosiddetti « Malapianta », con numero di imputati prossimo ai cento, e « Imponimento », con oltre centodieci im­ putati.

Dai prospetti statistici acquisiti emerge che dal 2016 al 2020, dalla sola procura, sono state avanzate 957 richieste di applicazione o modifica di misure cautelari personali nei confronti di 4.348 soggetti e 747 richieste per applicazione o modifica di misure cautelari reali; ammontano a 426 le richieste di convalida di fermo/arresto, mentre sono pari a 246 le richieste di giudizio immediato, avanzate nei confronti di 419 imputati, a 27 le richieste di applicazione della pena su accordo tra le parti e 1.949 le (77) Audizione del dottor Rodolfo Palermo in data 19 gennaio 2022.

 

Nella relazione il presidente del tribunale aveva riferito che tra gli altri erano in trattazione davanti alla sezione GIP-GUP col rito abbreviato 6 procedimenti con numero di imputati pari o superiore a 50 (oltre al procedimento « Rinascita Scott »), 3 con numero di imputati pari o superiore a 30 e 4 con numero di imputati superiore a 20. L’intensa attività della sezione distrettuale GIP-GUP si ripercuote su quella della sezione per il riesame sulla quale si riversa altresì l’attività di tutti i 7 tribunali del distretto e di ben 80 procuratori della Repubblica (come si rileva dai prospetti statistici essa ha mediamente una sopravve­ nienza di 2.131 procedimenti all’anno, con le relative difficoltà connesse ai tempi ristretti di trattazione); detta sezione si occupa anche della materia delle misure di prevenzione e in proposito il presidente ha sottolineato come il tribunale di Catanzaro abbia competenza esclusiva per tutte le proposte di misure di prevenzione – personali e patrimoniali – provenienti dalle 7 procure del distretto, nonché dai questori delle 4 province e dal direttore della DIA, e sia inoltre competente per le amministrazioni giudiziarie e per il controllo giudiziario anche delle aziende colpite da informativa antimafia interdittiva (la media delle sopravvenienze annue in materia di misure di prevenzione è pari a 89 procedimenti relativi a misure personali, 6 riguardanti misure patrimoniali e 13 relativi a misure congiunte, per un totale di 108 procedure annue, mentre ammonta a 19 il totale dei proce­ dimenti per la modifica o revoca delle misure sia personali che patrimo­ niali). Per quanto riguarda il flusso dei processi relativi al dibattimento, il dato statistico consente di rilevare nell’ultimo quadriennio una sopravve­ nienza di 9.803 procedimenti monocratici e di 357 procedimenti collegiali, a fronte di una pendenza iniziale rispettivamente di 4.659 e di 175, di cui risultano definiti 9.727 procedimenti monocratici e 336 procedimenti collegiali. Peraltro, l’ampliamento di due unità della pianta organica dei magi­ strati togati della procura di Catanzaro (passata da 28 a 30 unità per effetto del decreto ministeriale 14.09.2020) ha determinato un incremento dei procedimenti sottoposti al vaglio dell’organo giudicante. Come già evidenziato dal presidente della corte d’appello, il problema non è la mera scopertura degli organici, quanto il ciclico avvicendamento dei giudici, i quali, appena maturato il periodo minimo di legittimazione al trasferimento, tendono ad avvicinarsi alla sede di provenienza o comunque a scegliere sedi lavorative meno gravose, circostanza che, non coincidendo i trasferimenti in uscita con quelli in entrata, normalmente determina periodiche e importanti scoperture, anche per lunghi periodi, con conse­ guenti ricadute in termini organizzativi e di risposta alla domanda di giustizia di cui si è già detto. Il presidente del tribunale ha conclusivamente evidenziato la inade­ guatezza dell’organico attualmente previsto per l’ufficio da lui diretto e ha segnalato l’estrema criticità del tasso di scopertura del medesimo, destinato, come già detto, ad aumentare.

 

Le medesime problematiche sono state rappresentate dal procuratore della Repubblica di Catanzaro: affrontando in particolare il tema della pianta organica del tribunale, ha evidenziato come l’avvicendamento dei giudici si traduca costantemente in scoperture di organico che permangono per periodi medio lunghi, comunque ponendo il concreto rischio di vanificare l’imponente sforzo delle Forze dell’ordine e della procura ordinaria e distrettuale (78), con inevitabili ritardi, in particolare, nell’eva­ sione delle richieste di misure cautelari e nella celebrazione dei processi. Con riferimento alla pianta organica dell’ufficio da lui diretto, il procuratore ha dato atto dell’ampliamento della stessa di 7 unità avvenuto nel 2016 (79), e del recente ulteriore ampliamento di 2 unità disposto con il decreto ministeriale 14.09.2020. Il procuratore della Repubblica ha quindi evidenziato come le mag­ giori criticità attengano a carenze di personale della sezione di polizia giudiziaria presso l’ufficio da lui diretto (carente, al momento dell’audi­ zione, di 24 unità) e del personale amministrativo. Sotto tale ultimo profilo, l’audito ha rappresentato come l’organico non sia stato incrementato con nuove risorse: lo scorrimento della graduatoria dell’ultimo concorso di assistenti giudiziari ha assegnato al distretto di Catanzaro 3 assistenti giudiziari, dei quali solo uno ha preso servizio nel corso del 2019, mentre gli altri due non si sono presentati nella data fissata per l’assunzione di possesso. Permane dunque in maniera significativa la carenza verificatasi con il passaggio, a seguito di procedure di selezione interna, di 6 cancellieri in servizio, al profilo professionale di funzionario giudiziario. Al momento dell’audizione risultavano pubblicati due bandi nazionali per assunzione di personale tramite i centri per l’impiego, ma tali procedure richiederanno diversi mesi per l’espletamento, e nelle more sono venute a mancare 7 unità di personale per pensionamento e altre 5 verranno meno per il medesimo motivo nei successivi mesi. La situazione – secondo quanto rappresentato dal procuratore – determina il rischio di chiusura di taluni servizi e il pericolo di disfunzioni, inadempimenti e accumulo di arretrato in settori nevralgici e di responsabilità (come ad esempio quello dell’esecuzione delle sentenze penali di condanna, dell’inserimento delle schede nel casellario giudiziale, del recupero crediti, del pagamento delle spese di giustizia), essendo il personale presente necessariamente destinato a servizi più urgenti, quali l’assistenza alle udienze, gli adempimenti ad esse precedenti (78) I prospetti dei flussi dei procedimenti iscritti dalla procura di Catanzaro documentano come, a fronte di una pendenza iniziale al 1° novembre 2016 di 9.461 procedimenti nei confronti di autori di reato identificati, sono sopravvenuti nel quadriennio esaminato, 26.987. Risultano nel medesimo periodo definiti 31.095 procedimenti, con riduzione complessiva delle pendenze. (79) In proposito va tenuto presente che la Commissione antimafia istituita per la XVII legislatura aveva, con apposita relazione approvata in data 27 aprile 2016 (Doc. XXIII n. 14), dato atto della situazione di gravissimo allarme costituita dalla assoluta inadeguatezza, fra l’altro, della pianta organica della procura distrettuale di Catanzaro, sottolineando come il distretto di Catanzaro fosse, tra quelli maggiormente interessati dal fenomeno mafioso, il più grande per utenti dopo quello di Napoli e Palermo e quello che, in proporzione, presentava il minor numero di sostituti procuratori della Repubblica.

 

Nella audizione svolta in data 19 ottobre, il procuratore della Repub­ blica di Vibo Valentia ha rappresentato come il territorio del circondario in questione sia caratterizzato da una elevatissima densità criminale, tra le più alte in assoluto su tutto il territorio nazionale. Da anni detta provincia ha un triste primato nazionale: ha il più alto tasso di crimini violenti (omicidi e tentati omicidi, la maggior parte dei quali aggravati da metodo e finalità mafiosi), pari a 2 o 3 volte quello delle altre province calabresi e non paragonabile a quello di altre regioni. Si è già detto, infatti, come l’intero comprensorio sia oppresso dalla presenza di un numero elevatissimo di cosche di ’ndrangheta che, nate in Calabria, esprimono proprie articolazioni su tutto il territorio nazionale e interna­ zionale. Ne è significativa manifestazione la circostanza che quasi la metà delle operazioni anti ’ndrangheta richiamate nella relazione del presidente della corte d’appello di Catanzaro in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2020, è riferita a procedimenti che riguardano il circondario di Vibo Valentia. L’elevatissimo tasso di crimini violenti e l’altissimo indice di orga­ nizzazioni criminali presenti sul territorio, comportano, secondo quanto sottolineato dal procuratore di Vibo Valentia, il costante impegno dei magistrati dell’ufficio da lui diretto per la trattazione, sia in fase di indagine che in dibattimento, di difficili e gravosi procedimenti penali riguardanti gravissimi delitti commessi spesso da soggetti appartenenti o collegati ad associazioni criminali. La tipologia dei reati rivela come l’impegno dei magistrati del circondario non possa trarsi solo da una analisi numerica dei procedimenti trattati, dovendosi valutare anche e soprattutto il particolare apporto di qualità e di energie richiesto dalle fenomenologie criminali che caratteriz­ zano il territorio. Eppure, ha segnalato il procuratore, nello schema di decreto ministe­ riale recante la determinazione delle piante organiche della magistratura di merito, in attuazione dell’articolo 1, comma 379, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, non è previsto nessun aumento per l’ufficio della procura di Vibo Valentia. La pianta organica di detto ufficio è composta da 8 magistrati togati, 7 sostituti procuratori e il procuratore, e da 7 vice procuratori onorari. Anche in tale procura, continuo è il turn over dei magistrati ed endemica è la scopertura di organico, che ha determinato nel corso del tempo una sempre maggiore difficoltà nel far fronte agli adempimenti richiesti. Come molti altri uffici del sud e particolarmente quelli calabresi, la procura di Vibo Valentia occupa in modo pressoché esclusivo magistrati di prima nomina, i quali al maturare della legittimazione chiedono il trasferimento in altre sedi.

 

A scopo esemplificativo il procuratore ha indicato la situazione dell’ufficio fino al mese di dicembre 2019, quando solo 4 posti degli 8 in organico erano effettivamente coperti, tanto che la procura generale aveva dovuto disporre l’applicazione endo-distrettuale di due magistrati di altro ufficio per assicurare quanto meno la presenza del magistrato del pubblico ministero in udienza. Nell’ottobre 2020 solamente 5 sostituti erano effet­ tivamente in servizio e negli anni precedenti si erano verificati frequenti scoperture di organico, addirittura superiori al 50 per cento, con situazionilimite in cui ad operare era rimasto il procuratore della Repubblica con un solo sostituto. Trattasi evidentemente di condizioni in cui risulta impossibile assicurare il benché minimo servizio. Il procuratore ha poi riferito come, per effetto delle scelte operate dai precedenti dirigenti in ordine alle modalità di iscrizione, il numero dei procedimenti pendenti risultava inferiore a quello reale. Ciò ha con tutta probabilità condizionato la scelta del Ministero della giustizia di non prevedere un aumento dell’organico dell’ufficio, sulla base di una valuta­ zione fondata su dati statistici non del tutto corrispondenti alla realtà. Nonostante tale limitazione delle iscrizioni, il prospetto di sintesi dei carichi di lavoro delle procure del distretto di Catanzaro elaborato dal Ministero della giustizia indica in 551 procedimenti penali la pendenza media per ciascun magistrato della procura di Vibo Valentia (nell’ipotesi di totale copertura della pianta organica di 8 magistrati, situazione in concreto mai verificatasi) alla data del 31 dicembre 2018. Si tratta di una indicazione numerica particolarmente elevata, seconda solo a quello della procura di Castrovillari (che ha una pendenza media di 749 procedimenti per magi­ strato) e a quella di Lamezia Terme (657 procedimenti), laddove la pendenza media degli altri uffici del distretto è notevolmente inferiore e varia dai 220 procedimenti per magistrato a Paola, a 252 procedimenti per magistrato a Catanzaro. Come riferito dal procuratore, in presenza di una corretta iscrizione delle notizie di reato, i procedimenti gravanti su ciascun magistrato della procura di Vibo Valentia supererebbero il numero di 1.000 procedimenti per magistrato. Peraltro, ha rilevato il medesimo procuratore, tali dati non tengono conto di procedimenti pendenti presso la procura distrettuale di Catanzaro, ma riguardanti il territorio di Vibo Valentia, come quello, ben noto, denominato « Rinascita Scott ». L’operazione, come le numerose altre ad essa precedenti e anche successive, ha richiesto l’impiego, in ausilio della Direzione distrettuale antimafia, anche dei magistrati della procura di Vibo Valentia: si è resa necessaria, ad esempio, la loro disponibilità a sostituire i magistrati di Catanzaro in udienza in occasione dell’esecuzione delle misure cautelari o ancora è stato necessario il loro contributo per le richieste di convalida e di applicazione di misura cautelare, in occasione dell’ese­ cuzione di provvedimenti di fermo o di arresto eseguite nel territorio di competenza.

 

L’inadeguatezza della pianta organica, con riferimento ai magistrati, si affianca ad una carenza di organico del personale amministrativo, al punto che non può essere effettuata una pianificazione a medio e lungo termine delle attività, essendo le forze lavoro disponibili interamente impiegate per far fronte alle continue emergenze. È dunque auspicabile un aumento della pianta organica dei magistrati e del personale amministrativo della procura di Vibo Valentia atteso che le carenze attualmente esistenti e i ciclici trasferimenti dei giovani magistrati, rischiano concretamente di paralizzarne l’operato. Tutto ciò in un territorio nel quale dovrebbe essere massimamente sollecita ed energica la risposta dello Stato, per evitare che dell’inefficienza giudiziaria possano approfittare le potenti organizzazioni criminali ivi presenti in modo capillare e pene­ trante. b) Tribunale di Vibo Valentia. Il presidente del tribunale ha rappresentato la situazione di estrema difficoltà in cui versa l’ufficio da lui diretto. All’atto del suo insediamento, avvenuto circa un anno prima rispetto al momento dell’audizione, i giudici del tribunale erano tutti magistrati di prima nomina e non vi erano quindi giudici in possesso dei requisiti necessari per svolgere le funzioni di giudice per le indagini preliminari. Sono state adottate soluzioni provvisorie, quali l’applicazione di giudici di altri uffici o la concentrazione di più ruoli su un unico magistrato, per far fronte alla improcrastinabile esigenza. Dai prospetti statistici risulta che presso la sezione GIP-GUP nel periodo 2016-2020 sono state avanzate dalla procura ordinaria 415 richieste di applicazione o modifica di misure cautelari personali nei confronti di 722 soggetti e 515 richieste per applicazione o modifica di misure cautelari reali; ammontano a 484 le richieste di convalida di fermo/arresto, mentre sono pari a 199 le richieste di giudizio immediato, avanzate nei confronti di 246 imputati, a 11 le richieste di applicazione della pena su accordo tra le parti e a 729 le richieste di rinvio a giudizio nei confronti di 1.499 imputati, con conseguente instaurazione di un numero consistente di udienze preliminari. La fase del dibattimento è quasi completamente dedicata alla tratta­ zione, spesso lunga e complessa, di procedimenti nei confronti della criminalità organizzata, cresciuti esponenzialmente grazie alle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Alcuni dei processi indicati sono a carico di numerosi imputati e hanno ad oggetto molteplici imputazioni, sicché risultano estremamente rilevanti gli impegni dei magistrati sia per lo studio che per la trattazione delle udienze, a cui si riesce a far fronte con enormi difficoltà: il dibattimento è infatti affidato a due collegi penali che, con 3 udienze a settimana, si occupano anche del riesame e delle misure di prevenzione. La trattazione del dibattimento per il procedimento denominato « Ri­ nascita Scott » assorbe totalmente uno dei due collegi, dovendosi program­ mare non meno di tre o quattro udienze settimanali, con la conseguenza che i magistrati che ne sono componenti dovranno, per almeno due anni, essere sottratti ad ogni altro tipo di attività. In assenza di rimedi, l’intero carico del tribunale penale verrà a concentrarsi sull’altro collegio con la conseguenza che il ruolo dibattimen­ tale nel suo complesso risulterà ingestibile.

 

Il presidente ha auspicato in tempi brevi (e autonomamente richiesto al Ministro della giustizia) un aumento dell’organico nella misura di cinque unità e ha comunicato di aver richiesto al Consiglio superiore della magistratura di pubblicare in via d’urgenza i due posti di giudice, previsti dall’aumento della pianta organica disposto con decreto ministeriale del 14 settembre 2019 oltre che di valutare l’applicazione extra-distrettuale presso il suo ufficio di almeno tre magistrati. Ha infine chiesto al presidente della Corte d’appello di Catanzaro di valutare l’applicazione di magistrati all’interno dello stesso distretto quale ulteriore forma di rafforzamento dell’attuale organico del settore penale. Da ultimo, condivisibilmente, il presidente del tribunale ha sottolineato l’importanza della trattazione e definizione del processo denominato « Ri­ nascita Scott », così come di molti altri processi concernenti la criminalità organizzata la cui trattazione subisce infiniti rallentamenti a causa della situazione descritta. Il rafforzamento delle Forze dell’ordine e delle procure non accompagnato dall’adeguamento degli uffici giudicanti ha determinato un inevitabile sbilanciamento che si traduce nella impossibilità di fornire una adeguata risposta in sede giudiziaria, favorendo la crescita della criminalità organizzata. 6. Conclusioni Le due missioni compiute dalla Commissione nelle province di Catanzaro e di Vibo Valentia restituiscono l’immagine di una terra nella quale la presenza della criminalità organizzata è ancora radicata e diffusa. Le analisi e le indagini nonché gli accertamenti giudiziari condotti sulla ’ndrangheta, ne delineano una sempre più viva e vitale vocazione affaristica, una imponente abilità espansiva, anche su scala internazionale, una capacità di infiltrazione e una forza corruttiva che l’hanno trasformata in una dinamica e spregiudicata holding economico-finanziaria.

 

Nel relazionare sulle più recenti acquisizioni riguardanti le diverse organizzazioni criminali di stampo mafioso, anche il Ministro dell’interno nel corso dell’audizione tenutasi il 30 ottobre 2019 dinanzi a questa Commissione parlamentare d’inchiesta, ha sottolineato come la ’ndrangheta si presenti come una « organizzazione fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice che si avvalgono del rispetto di usanze e ritualità consolidate ..., che dà sostanza al vincolo associativo con un connubio del tutto peculiare di arcaicità e modernità ... Quest’ultimo aspetto è reso evidente da una forte propensione all’internalizzazione delle proprie attività... ». Ha aggiunto il Ministro che « ...la vocazione imprenditoriale della ’ndrangheta continua ad essere alimentata dalle ingenti risorse provenienti dal narcotraffico internazionale, dalle infiltrazioni negli appalti pubblici, dalle estorsioni e da altre fonti illecite reinvestite nel circuito dell’economia legale. Anche le cosche calabresi annoverano oggi affiliati capaci di relazioni affaristico-imprendi­ toriali in grado di condizionare ambienti politico-amministrativo ed eco­ nomici...

 

I riscontri investigativi e giudiziari ne confermano il primato nel narcotraffico mondiale, aspetto per il quale le attività di contrasto si sviluppano attraverso un’intensa cooperazione internazionale... La capacità della ’ndrangheta di ampliare il proprio raggio di azione in territori lontani da quelli di origine, trova conferma anche nella ormai ben documentata infiltrazione di alcuni enti locali in regioni fino a poco tempo fa ritenute esenti, al riparo da tali rischi ». Ancora, si legge nella relazione del 24 novembre 2020 sulle attività svolte dal procuratore Nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nel periodo 1° luglio 2018-31 dicembre 2019: « va innan­ zitutto ribadito come le indagini.....abbiano dato conferma alle valutazioni degli scorsi anni relativi a una ’ndrangheta da ritenersi l’organizzazione criminale più pericolosa e più potente tra le mafie, ciò sia in relazione ai volumi di affari raggiunti – in particolare nei traffici internazionali di droga, nella gestione delle attività estorsive, nel controllo degli appalti pubblici – sia alla capacità di infiltrazione e condizionamento... ». Detta organizzazione criminale dimostra grande capacità di individuare strategie operative sempre nuove, eterogenee e sofisticate al fine di sottrarsi al contrasto posto in essere dalle istituzioni. Tali interventi negli ultimi anni hanno solo consentito, grazie al patrimonio informativo raggiunto, di avere maggiore contezza delle dina­ miche criminali e della pericolosità della ’ndrangheta, confermando la necessità di un impegno intenso e incessante al fine di arginarne l’espan­ sione, da attuarsi anche attraverso l’ulteriore potenziamento degli strumenti di cooperazione e collaborazione internazionale. Le enormi disponibilità finanziarie derivanti dagli illeciti traffici necessitano di reimpiego e investimento: la ’ndrangheta come detto ha dimostrato di sapersi evolvere e fare impresa, presentandosi come « mafia innovatrice », capace di modificare le regole basilari della tradizione criminale per affrontare le sfide del futuro, dotandosi finanche di una sovrastruttura occulta e riservata, formata da una componente elitaria che assicura all’organizzazione l’attuazione dei programmi criminosi, anche negli ambiti strategici della politica, dell’economia e delle istituzioni.

 

Gli elementi acquisiti con le audizioni svolte e con la documentazione a disposizione della Commissione hanno inoltre confermato come tale organizzazione criminale agisca ormai senza manifestazioni eclatanti della sua forza e potenza (pur non rinunciando a porre in essere condotte dimostrative che siano di monito di fronte a espressioni di resistenza o reazione al suo potere), ma privilegiando diverse modalità operative. La corruzione, la persuasione degli uomini delle istituzioni e la collusione con gli stessi, appaiono ormai gli strumenti maggiormente utilizzati in quanto consentono l’infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione e della società civile, la cui azione è in tal modo sviata e piegata in modo funzionale agli interessi della ’ndrangheta; alcune indagini hanno rivelato addirittura la gestione « diretta » della cosa pubblica da parte delle cosche, tramite funzionari apicali, consiglieri comunali, assessori e sindaci, da ritenersi veri e propri affiliati (80). Anche l’infiltrazione nell’e­ conomia è attuata tramite imprese intranee o colluse, spesso unite in un « cartello », oltre che tramite professionisti di elevata esperienza e capacità tecnica, che la affiancano con condotte di supporto e agevolazione.

 

Tale pervasiva sinergia consente all’organizzazione di individuare forme e modalità sempre nuove di investimento e di riciclaggio degli illeciti profitti, attraverso articolate e sofisticate schermature attuate al fine di non incorrere in provvedimenti ablativi. I diversi clan sono così divenuti attori di riferimento in numerosi settori dell’economia legale che, conseguente­ mente, ne risulta fortemente inquinata. Le risultanze delle missioni dimostrano e confermano l’estrema abilità di detta organizzazione criminale di penetrare, con soggetti ad essa riconducibili o comunque contigui, nei punti nevralgici degli enti pubblici, condizionandone l’azione a proprio vantaggio: le procedure di affidamento di lavori e forniture vengono eluse o addirittura del tutto obliterate, i controlli divengono inesistenti e, in tal modo, autorizzazioni e concessioni, nonché commesse pubbliche vengono, rispettivamente, emesse e affidate a imprese di soggetti riconducibili alla criminalità organizzata. Fortemente esposto alle infiltrazioni predette è il settore della sanità pubblica, sul quale risultano particolarmente incentrate le mire delle organizzazioni ’ndranghetiste in considerazione delle ingenti risorse finan­ ziarie che vi affluiscono. Nella regione Calabria, peraltro, la sanità risulta afflitta da una esposizione deficitaria di dimensioni eccezionali, che sono all’origine di un Commissariamento che risale ormai a più di un decennio, e che continua a non fornire le necessarie risposte e soluzioni (81), rendendo conseguente­ mente questo settore particolarmente fragile e suscettibile di infiltrazioni. Ancora, gli elementi di conoscenza acquisiti e l’esame degli stessi decreti di scioglimento denotano come spesso anche le competizioni elettorali risultino fortemente condizionate e inquinate dagli interessi e dall’intervento delle organizzazioni ’ndranghetiste. Tutto ciò nonostante l’imponente impegno messo in campo nei territori visitati da magistratura e Forze dell’ordine che, secondo le risultanze delle due missioni, paiono ora agire in una vera e propria osmosi operativa nella consapevolezza che soltanto un’azione congiunta possa produrre utili risultati. In tale quadro si sottolinea l’importanza delle diverse tipologie di misure volte a prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione, a intercettare le immissioni di flussi illeciti di denaro nell’economia e a eliminare dal circuito legale le imprese conta­ minate che inquinano i corretti meccanismi concorrenziali a discapito delle imprese sane. L’analisi della situazione del distretto di Catanzaro ha fornito conferma dell’importanza di alcuni tra i più importanti strumenti antimafia contem­ plati dalla nostra normativa, in particolare quello previsto dall’articolo 143 quello delle white list e quello delle informazioni antimafia, strumenti che nella attuale configurazione normativa non appaiono suffi­ cienti a far fronte all’enorme impatto derivato dalla penetrazione della criminalità organizzata nell’economia e nell’amministrazione e sono quindi meritevoli di riflessione e approfondimento ulteriori.

 

Le missioni hanno fornito spunti che la Commissione intende cogliere approfondendo lo studio di questi fondamentali strumenti, in parte oggetto di recenti riforme (82), con l’intento di potenziarne l’efficacia nel contrasto alla ’ndrangheta. Occorre comunque che sia tenuta alta la soglia di attenzione sul versante delle competizioni elettorali, ove si impone una costante azione di monitoraggio da parte delle prefetture, nonché sul versante dell’affidamento di forniture e lavori pubblici. Va ancora evidenziato che lo scenario socio-economico dei territori meta delle missioni, ancor più preoccupante per gli effetti della crisi economica conseguita alla pandemia, costituisce terreno fertile per le organizzazioni criminali, disponibili ad andare incontro ai bisogni delle classi meno abbienti e delle piccole e medie imprese. Dette esigenze rappresentano una facile condizione per le organizzazioni ’ndranghetiste che, forti delle loro ampie disponibilità finanziarie, riescono facilmente, laddove le istituzioni non sono capaci, a dare risposte pronte alle esigenze di liquidità, acquisendo ulteriore consenso e arrivando al punto di impos­ sessarsi delle imprese e, in tal modo, accrescendo potere e controllo. Le conoscenze acquisite, anche grazie alle visite dei territori di Catanzaro e Vibo Valentia, dimostrano che tali fenomeni sono purtroppo in atto e rivelano la primaria importanza, soprattutto nella attuale congiuntura economica, di un focus sul tema dell’accesso al credito e sulla normativa antiusura che saranno, perciò, oggetto di approfondimento e riflessione da parte della Commissione. Nelle audizioni svolte, con significativa lungimiranza ci si è, inoltre, soffermati sul tema dei subappalti e del lavoro nero, rendendo evidente alla Commissione l’insidiosità dell’abbassamento delle soglie (83) e dei controlli, breccia di facile accesso delle organizzazioni criminali nei lavori e nelle forniture pubbliche. Da ultimo, non certo per importanza, deve essere affrontato il tema delle risorse degli uffici giudiziari, ampiamente trattato nel corso delle due missioni e ulteriormente approfondito con la richiesta da parte della Commissione di relazioni e documentazione ai vertici dei medesimi uffici. È un tema fondamentale perché, oltre alla valenza simbolica della adeguata presenza dello Stato in territori oppressi dalla criminalità organizzata, in esso si misura proprio la capacità delle Istituzioni di reagire e contrastare la forza d’urto di una organizzazione criminale sempre più evoluta e quindi pericolosa. (82) Decreto-legge, 6 novembre 2021, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 dicembre 2021, n. 233. (83) Il tema è stato oggetto di acceso dibattito in occasione della modifica dell’articolo 105 del codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50.

 

A fronte di una criminalità organizzata che lancia e vive di segnali, vicende come quella del « nuovo » palazzo di giustizia di Vibo Valentia rischiano di essere interpretate e vissute, in particolare da chi vive in quei territori, come un sintomo di debolezza, se non di resa. In proposito deve comunque essere valorizzata la realizzazione con tempistica da record, soprattutto in periodo di emergenza sanitaria, della nuova struttura giudi­ ziaria, la nuova aula bunker di Lamezia Terme, definita un « miracolo organizzativo » dal procuratore generale facente funzioni in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2021, ove si sta celebrando il maxiprocesso « Rinascita Scott »: è un segnale positivo a dimostrazione che, anche in territori difficili e complessi come la Calabria, se si opera in sinergia e convergenza di intenti e interessi, le istituzioni funzionano al meglio. I dati numerici e gli elementi riferiti dagli auditi evidenziano come la realtà criminale oggetto di analisi si rifletta concretamente sul lavoro degli uffici giudiziari e come, nonostante lo sforzo dispiegato, non si riesca a far fronte in termini idonei al carico sempre crescente: la causa viene concor­ demente attribuita, oltre che alla non adeguatezza degli organici (di personale giudiziario e amministrativo) soprattutto al fenomeno ormai endemico degli avvicendamenti per gruppi di magistrati. È un problema che negli uffici calabresi presenta punte di criticità particolarmente elevate, con esiziali ricadute sui tempi di definizione dei procedimenti, sui costi e con spreco costante di importanti risorse di conoscenza dei fenomeni criminali. Deve essere sottolineato come, grazie anche all’allarme sollevato dalla Commissione parlamentare antimafia nella scorsa legislatura, si è avuto un significativo aumento dell’organico nell’ufficio della procura della Repub­ blica di Catanzaro, senza che ad esso sia corrisposto un adeguato incre­ mento dell’organico degli uffici giudicanti, che non riescono a far fronte all’accresciuta domanda degli uffici requirenti. Le missioni hanno costituito occasione per constatare come sia necessaria, anche, una specifica attenzione sul territorio e sugli uffici di Vibo Valentia, interessati da elevatissima densità criminale, tra le più alte in assoluto su tutto il territorio nazionale: sia il procuratore della Repubblica che il presidente del tribunale, ma anche i rappresentati dell’avvocatura, hanno descritto una situazione che appare di particolare allarme, per gli arretrati accumulati, per le scoperture e comunque per un turn over che presenta sempre un saldo negativo, per organici non adeguati. È questo un momento segnato dalla necessità di far sì che l’impegno profuso per far fronte al processo « Rinascita Scott », di dimensioni non comuni, non pregiudichi la possibilità di portare a compimento numerosi altri processi, di criminalità organizzata e non, che pendono presso il medesimo ufficio giudiziario. Occorre evitare, anche alla luce della recente riforma del processo penale (84), che gli altri processi si trascinino in un ripetuto mutamento di organo giudicante e rinnovazione del dibattimento, fino a impedire una Legge 27 settembre 2021 n. 134. effettiva risposta di giustizia con conseguente segnale di non adeguatezza dello Stato rispetto al dominio di una criminalità organizzata sempre più pervasiva.

 

Peraltro, secondo quanto segnalato e sottolineato anche dai rappre­ sentati del Foro, pure la giustizia civile soffre in questo territorio di arretrati e lentezze assai preoccupanti, che comportano il rischio che i vuoti creati dal difetto di risposta giudiziaria vengano occupati dalle potenti organiz­ zazioni criminali ivi presenti. Fortemente critica appare altresì la situazione del tribunale di Catan­ zaro, caratterizzata da una scopertura assai elevata dell’organico previsto, che appare peraltro necessario incrementare in considerazione dell’amplis­ sima competenza distrettuale dell’ufficio. All’esito di tali importanti occasioni di conoscenza e confronto, la Commissione ritiene dunque, ai fini di un efficace contrasto dell’azione dei potenti gruppi criminali radicati nei territori visitati, di dover proporre un rafforzamento degli organici del tribunale di Catanzaro e di tutti gli uffici giudiziari di Vibo Valentia, con una implementazione del personale giudi­ ziario e, conseguentemente, del personale amministrativo, oltre che con l’elaborazione di strategie volte a ridurre il ciclico turn over dei magistrati. Oltremodo utili sarebbero, altresì, accurate verifiche sullo stato degli immobili ospitanti i palazzi di giustizia, anche in relazione ai profili di sicurezza degli stessi, sì da poter disciplinare gli interventi, laddove necessario, con mirati lavori per garantire strutture idonee ed efficienti e, di conseguenza, fornire al cittadino un’adeguata risposta e un’immagine rassicurante.

 

Ritiene, comunque, la Commissione di dovere sottolineare che, in un terra povera dalla quale i giovani si allontanano per le carenti possibilità di studio ed esperienza e per la conseguente assenza di prospettive per il futuro, sia prioritaria la promozione di una coscienza della legalità e della cittadinanza attiva, in un percorso virtuoso che muova da iniziative volte a innalzare il livello culturale, offrendo alle nuove generazioni occasioni di formazione e sviluppo.

 

« La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa » (Antonino Caponnetto).

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